Il muro di Berlino

Archiviato il 09/11/2009 in: nel mondo

"Quante divisioni ha il Papa?", chiedeva Stalin sarcasticamente quando gli fu detto che il Santo Padre condannava le sue azioni , eppure se 20 anni fa, in un'indimenticabile notte, crollò il Muro a Berlino aprendo improvvisamente una nuova fase storica: finì la guerra fredda, è iniziò la fine per l'URSS che da lì a poco si sgretolerà. Protagonista di questo momento storico è Giovanni Paolo II che, con il suo messaggio ecumenico, spingerà i popoli dell'Europa orientale a ribellarsi al giogo sovietico.Altro protagonista di quella giornata storica fu il presidente degli Stati uniti d'America Ronald Reagan , che con la sua lotta all'Impero del Male sgretolò la massima potenza del comunismo mondiale. Un pensiero a questi due grandi della civiltà occidentale , non dimentichiamoli.

Al di là di ogni muro
Ronald Reagan
Giovanni Paolo II
Ilmioquartiere @ 22:50 | commenti: commenti (popup)

L'Europa e la Croce

Archiviato il 07/11/2009 in: nel mondo

Ci piacerebbe vedere  i giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo  in Lituania,  vicino alla città di Šiauliai, si trova la Collina delle Croci, in lituano Kryžių Kalnas, una piccola altura interamente ricoperta da croci e crocifissi di ogni genere e dimensione.
Qui non ci si sente a disagio a fare il turista: per quanto vi siano molte persone che vengono con un fine religioso (ognuna di queste croci è, in un certo senso, una preghiera), l’accumulo crea una sorta di estraniazione.Che cosa è, di preciso, la Collina delle Croci? Un luogo di culto, ovviamente, e ignorare l’aspetto religioso significa non comprendere il senso della collina, ma è una mutilazione tutto sommato trascurabile, per il fine di questa riflessione: provare a descrivere la Collina delle Croci come un luogo, in una qualche misura, artistico.Questo monumento del popolo cristiano non è una opera spontanea, non è il gesto cieco e istintivo di una mente che cerca di essere non concettuale, ma non è neppure un fenomeno naturale o il frutto di un disegno o di una intenzionalità. Non c’è un progetto, e le singole croci sono autonome: ognuna è arrivata lì per i suoi motivi, ogni croce ha la sua storia.  Alcuni crocifissi sono molto particolari e belli, ma non è necessario che lo siano: ad essere caratteristico è l’accumulo, la massa enorme di croci di ogni tipo e dimensione. Non c’è autore, neppure collettivo, appunto perché il singolo contributo è indipendente dal disegno: una croce non viene aggiunta perché c’è la Collina delle Croci, ma per altri motivi legati al culto. Qui il nostro pensiero è corso alla recente sentenza  che ha dato ragione a una cittadina italiana di origine finlandese –i giudici hanno affermato che l’esposizione del crocefisso nelle aule scolastiche italiane viola i diritti dei due figli, di undici e tredici anni, della signora Lautsi, li «perturba emozionalmente» e nega la natura stessa della scuola pubblica che dovrebbe «inculcare agli allievi un pensiero critico». Se la signora tornasse nella natia Finlandia , dovrebbe nascondere ai suoi pargoli la vista della sua bandiera nazionale , come quella di tanti altri stati , la croce a scuola o sulla bandiera non è uno strumento di proselitismo religioso ma il simbolo di una storia plurisecolare della nostra vecchia Europa , la quale nella sua costituzione ha negato le radici giudaico-cristiane del Continente . Sarebbe bello sulla collina di Šiauliai , portare questi eminenti giuristi e gridare loro "...provate a toglierli tutti !!! "

Ilmioquartiere @ 18:41 | commenti: commenti (popup)

Gli indici OCSE settembre 2009

Archiviato il 06/11/2009 in: nel mondo
E ora cosa diranno , i menagramo , gli iettatori e i catastrofisti ?. L'Ocse, l'istituto che rappresenta i 30 paesi piu' industrializzati e nei suoi indici di settembre segnala l'Italia al top come ripresa e con un aumento rilevante rispetto anche alle altre economie forti. Tempi duri per Bersani , ora cosa racconterà a Ballarò ed ad Anno Zero , quando con lo sguardo da gatto sornione , descriveva un'Italia malata.
Rapporto OCSE SETTEMBRE 2009
Gli indici dell'OCSE per il mese di Settembre 2009 mostrano una crescita evidente in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania, appaiono i segni di una potenziale espansione . La ripresa è chiaramente visibile negli Stati Uniti e in Giappone, in tutte le altre economie dell'OCSE . Anche se i segni di crescita si osservano in molti paesi, devono essere interpretati con cautela. Infatti il previsto miglioramento dell'attività economica, rispetto al suo potenziale a lungo termine, può essere parzialmente attribuito a una diminuzione del livello di vista potenziale a lungo termine e non solo un miglioramento dell'attività economica stessa.
La CLI per l'area OCSE è aumentato di 1,3 punti nel mese di settembre 2009 ed è di 3,4 punti sopra il suo livello visto nel mese di settembre 2008. La CLI per gli Stati Uniti è aumentato di 1,4 punti nel mese di settembre, 1,4 punti sopra del livello dell'anno precedente. La CLI per la zona euro è aumentato di 1,4 punti nel mese di settembre, 6,3 punti sopra il suo livello visto un anno fa. La CLI per il Giappone è aumentato di 1,3 punti nel mese di settembre, di 0,7 punti al di sotto del livello registrato un anno fa.
La CLI per il Regno Unito è aumentato di 1,7 punti nel mese di settembre 2009 ed è pari a 7,0 punti sopra il suo livello visto un anno fa. La CLI per il Canada è aumentato di 1,6 punti nel mese di settembre, 4,6 punti in più rispetto a quello registrato un anno prima. La CLI per la Francia è aumentato di 1,3 punti nel mese di settembre, 8,4 punti sopra il suo livello visto un anno fa. La CLI per la Germania è salito 2,0 punti nel mese di settembre, 5,7 punti sopra del livello registrato un anno fa. La CLI per l'Italia è aumentato di 1,3 punti nel mese di settembre, più di 10,8 punti rispetto al suo livello dell'anno precedente.
La CLI per la Cina è aumentato di 1,6 punti nel mese di settembre 2009 ed è pari a 7,0 punti sopra il suo livello visto un anno fa. La CLI per l'India sono aumentate del 0,8 punti nel mese di settembre, 2,7 punti al di sopra del livello registrato un anno fa. La CLI per la Russia è aumentato di 1,5 punti nel mese di settembre, 6,7 punti al di sotto del livello registrato l'anno precedente. La CLI per il Brasile è aumentato di 0,4 punti nel mese di settembre, 7,1 punti al di sotto del livello registrato un anno fa.
Ilmioquartiere @ 20:57 | commenti: commenti (popup)

Perché la Turchia non è più un alleato

Archiviato il 30/10/2009 in: nel mondo

«Non c'è dubbio che sia un nostro amico», dice il premier turco Recep Tayyip Erdogan, quando parla del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, perfino quando quest'ultimo accusa il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman di minacciare l'uso delle armi nucleari contro Gaza. Queste irritanti asserzioni denotano un profondo cambiamento di rotta da parte del governo turco – da sessant'anni il più stretto alleato musulmano dell'Occidente – da quando il partito Ak di Erdogan è arrivato al potere nel 2002.

Tre fatti accaduti in quest'ultimo mese rivelano la portata di questo cambiamento. Il primo episodio risale all'11 ottobre, quando è giunta notizia che l'esercito turco – da lunga data baluardo del secolarismo e fautore della cooperazione con Israele – ha inaspettatamente chiesto all'aeronautica militare israeliana di non partecipare all'annuale esercitazione aerea "Aquila anatolica".

Erdogan ha addotto la «sensibilità diplomatica» come motivo dell'annullamento dell'esercitazione e il ministro degli Esteri Ahmet Davutoğlu ha parlato di «sensibilità per Gaza, Gerusalemme Est e la moschea di Al Aqsa». In particolare, i turchi non hanno accettato che aerei israeliani possano aver attaccato Hamas (un'organizzazione terroristica islamista) durante l'operazione dello scorso inverno nella Striscia di Gaza. Se Damasco ha plaudito la revoca dell'invito, ciò ha indotto il governo Usa e quello italiano a ritirare le proprie forze aeree dall'esercitazione "Aquila anatolica", il che a sua volta ha comportato l'annullamento dell'esercitazione internazionale.

Quanto agli israeliani, questo «improvviso e inaspettato» cambiamento ha fatto vacillare il loro allineamento militare con la Turchia, posto in essere dal 1996. L'ex-capo delle forze aeree israeliane, Eytan Ben-Eliyahu, ad esempio, ha definito l'annullamento dell'esercitazione uno «sviluppo seriamente preoccupante». Gerusalemme ha prontamente risposto, rivedendo la prassi dello Stato ebraico di rifornire la Turchia di armi avanzate, come la recente vendita per 140 milioni di dollari all'aeronautica militare turca di targeting pod (sistemi di acquisizione dei bersagli a lunga precisione). L'idea è nata anche per smettere di aiutare i turchi a respingere le risoluzioni sul genocidio armeno che regolarmente compaiono davanti al Congresso americano.

Il 13 ottobre i ministri del governo turco e di quello siriano si sono incontrati nella città di confine di Öncüpinar e hanno simbolicamente sollevato una sbarra che divide i due Paesi.

Barry Rubin dell'Interdisciplinary Center di Herzliya non solo sostiene che «l'alleanza fra Israele e la Turchia è finita», ma arguisce che le forze armate turche non salvaguardano più la Repubblica secolare e non possono più intervenire quando il governo diventa troppo islamista.

Il secondo fatto ha avuto luogo due giorni dopo, il 13 ottobre, quando il ministro degli Esteri siriano, Walid al-Moallem, ha annunciato che le forze armate turche e siriane avevano appena «effettuato delle manovre nei pressi di Ankara». A ragione, Moallem ha definito ciò un importante sviluppo «poiché confuta le notizie di pessimi rapporti tra l'esercito e le istituzioni politiche in Turchia riguardo ai rapporti strategici con la Siria». Il che tradotto in parole povere vuol dire che le forze armate turche hanno perso terreno a favore dei politici.

E infine il terzo avvenimento. Il 13 ottobre, dieci ministri turchi, guidati da Davutoğlu, unitamente ai loro omologhi siriani si sono incontrati sotto gli auspici del neonato Consiglio di cooperazione strategica ad alto livello turco-siriana. I ministri hanno annunciato di aver siglato una quarantina di accordi da rendere esecutivi nel giro di dieci giorni; che avrà luogo un'esercitazione militare congiunta «più estesa e massiccia» rispetto a quella dello scorso aprile; e che i leader dei due Paesi firmerebbero un accordo strategico a novembre.

La copertina del volume di Ahmet Davutoğlu "Profondità strategica: la posizione internazionale della Turchia".

La dichiarazione finale congiunta del Consiglio ha annunciato la costituzione di «una partnership strategica a lungo termine» tra le due parti «per sostenere ed estendere la loro cooperazione in un ampio spettro di questioni di reciproco beneficio e interesse, e rafforzare i legami culturali e la solidarietà fra i loro popoli». Lo spirito del Consiglio, ha spiegato Davutoğlu, «è il comune destino, la storia e il futuro; noi costruiremo il futuro insieme», mentre Moallem ha definito la riunione «una festa per celebrare» i due popoli.

In verità, le relazioni bilaterali, hanno fatto una clamorosa marcia indietro dieci anni fa, quando Ankara giunse pericolosamente vicino alla guerra con la Siria. Ma i migliorati legami con Damasco sono soltanto parte di un tentativo molto più esteso da parte del Paese della Mezzaluna di migliorare i rapporti con i Paesi musulmani e della regione, una strategia enunciata da Davutoğlu nel suo importante volume pubblicato nel 2000, Stratejik derinlik: Türkiye'nin uluslarasasi konumu ("Profondità strategica: la posizione internazionale della Turchia").

In breve, Davutoğlu immagina un conflitto ridotto con i Paesi vicini e una Turchia che emerge come potenza regionale, una sorta di Impero ottomano modernizzato. Implicito in questa strategia è un allontanamento di Ankara dall'Occidente in generale e da Israele in particolare. Anche se non è presentata in termini islamisti, "la profondità strategica" ben si accorda alla visione islamista del Partito Ak.

Come osserva Barry Rubin: «il governo turco è politicamente più vicino all'Iran e alla Siria di quanto lo sia agli Usa e a Israele». Caroline Glick, una columnist del Jerusalem Post, va oltre: Ankara ha già «abbandonato l'alleanza occidentale ed è diventata membro a pieno titolo dell'asse iraniano». Ma ambienti ufficiali in Occidente sembrano quasi ignari di questo importantissimo cambiamento nella fedeltà della Turchia o delle sue implicazioni. Il prezzo del loro errore presto diventerà palese.

articolo Daniel Pipes

Ilmioquartiere @ 21:49 | commenti: commenti (popup)

L'ISLAM IN AMERICA

Archiviato il 22/10/2009 in: nel mondo

Il Council on American-Islamic Relations (CAIR), fin dalla sua fondazione risalente al 1994, funge da movimento islamista in seno all'organismo più in vista, belligerante, invadente e aggressivo del Nord America. Dal suo quartier generale di Washington, D.C., il CAIR organizza altresì il programma e da tono all'intera lobby wahabita.

Esiste una gran quantità di critiche nei confronti del CAIR, alcune delle quali mosse da me, ma finora i membri aggressivi ed estremisti del gruppo sono riusciti a sopravvivere a tutte le rivelazioni riguardo al loro operato. La pubblicazione odierna del volume Muslim Mafia: Inside the Secret Underworld That's Conspiring to Islamize America (WND Books) potrebbe, comunque, cambiare l'equazione.

Redatta a quattro mani da P. David Gaubatz e Paul Sperry, l'inchiesta è largamente basata sul lavoro da infiltrato del figlio di Gaubatz, Chris, che ha trascorso sei mesi come stagista nel quartier generale del CAIR a Washington, nel 2008. In quella veste, egli ha acquisito 12.000 pagine di documentazione e ha girato un video della durata di 300 ore.

Le informazioni raccolte da Chris Gaubatz rivelano molti particolari su ciò che il riservato CAIR vuole tenere nascosto, comprese la sua strategia, le finanze, le adesioni dei membri, le dispute interne, mostrando in tal modo i suoi metodi sospetti e forse illegali. Dal momento che il libro contiene troppe informazioni per poterle riassumere in poche righe, mi concentrerò qui su un singolo raggio d'azione: i meccanismi interni dell'organizzazione, dove i dati mostrano che le asserzioni del CAIR equivalgono a puri e semplici inganni.

Asserzione 1. Secondo Ibrahim Hooper, responsabile delle comunicazioni dell'organizzazione, "il CAIR ha 50.000 membri". In realtà, un promemoria interno redatto nel giugno 2007 per un incontro del personale riporta che l'organizzazione contava esattamente 5.133 membri, circa un decimo della cifra esagerata indicata da Hooper.

Asserzione 2. Il CAIR è "un'organizzazione popolare" che a livello finanziario fa affidamento sui propri membri. In realtà, secondo un rapporto interno di una riunione del consiglio d'amministrazione del 2002, l'organizzazione ricevette 33.000 dollari in quote e 1.071.000 dollari in donazioni. In altre parole, meno del 3 per cento delle sue entrate proviene dalle quote d'iscrizione dei membri.

Asserzione 3. Il CAIR non riceve "alcun sostegno da parte di nessun gruppo o governo estero". In realtà, Gaubatz e Sperry riportano che il 60 per cento delle entrate del CAIR proviene da due dozzine di donatori, la maggior parte dei quali vivono fuori dagli Stati Uniti. In modo particolare, 978.000 dollari furono elargiti nel 2002 dal sovrano di Dubai in cambio del controllo dei suoi interessi sulle proprietà immobiliari del suo quartier generale sulla New Jersey Avenue, 500.000 dollari furono donati dal principe saudita al-Waleed bin Talal; nel 2007 il principe saudita Abdullah bin Mosa'ad offrì 112.000 dollari; almeno 300.000 dollari provengono dall'Organization of the Islamic Conference con sede in Arabia Saudita, 250.000 dollari dall'Islamic Development Bank e almeno 17.000 dollari dalla filiale americana dell'International Islamic Relief Organization con sede in Arabia Saudita.

Asserzione 4. Il CAIR è un gruppo indipendente e nazionale che si occupa della difesa dei diritti umani "simile a una NAACP [Associazione nazionale per il progresso della gente di colore] musulmana". In realtà, in una disperata ricerca di fondi il CAIR offre i suoi servigi volti a promuovere gli interessi commerciali delle imprese estere. Questo è venuto alla luce in seguito al tentativo della Dubai Ports World di acquistare nel 2006 sei porti Usa, tentativo poi fallito per timori di problemi legati alla sicurezza. Per tutta riposta, il presidente del CAIR si recò in Dubai e suggerì agli uomini d'affari del posto: "Non considerate i vostri contributi [al CAIR] come donazioni. Pensateci nell'ottica di un tasso di rendimento. L'investimento di 50milioni di dollari vi renderà miliardi di dollari di profitto per 50 anni".

La combinazione di questi quattro elementi mostra un CAIR molto diverso dalla sua immagine pubblica. Pressoché privo di membri e quote sociali, esso si mantiene vendendo i suoi servizi ai governi dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, eseguendo i loro ordini ideologici e finanziari.

Ciò solleva allora un ovvio interrogativo: il CAIR non dovrebbe essere registrato come rappresentante estero, con le disposizioni, l'esame minuzioso e in assenza del regime di deducibilità fiscale che la sua denominazione implica? Le informazioni contenute nel volume Muslim Mafia di certo fanno pensare che dovrebbe essere così.

Inoltre, guardando avanti, mi aspetto che il CAIR abbia i giorni contati. È un'organizzazione ambigua, fondata da terroristi islamici e con innumerevoli legami terroristici successivi. Nel corso degli anni, il CAIR ha stabilito un lungo primato di inaffidabilità che include il ritocco di una foto, l'invenzione di crimini motivati dall'odio antimusulmano e la promozione di sondaggi d'opinione sospetti. Il CAIR ha altresì intimidito coloro che gli hanno mosso delle critiche intentando cause per diffamazione, si è vantato dei legami avuti con un neonazista ed ha presumibilmente comprato il silenzio di qualcuno. E per finire, un esame approfondito di questa organizzazione decreterà probabilmente la sua fine.

Questa è la buona notizia. Sono meno lieto, se penso che il successore del CAIR sarà un'istituzione più astuta, onesta e rispettabile che continuerà il suo operato volto a introdurre la legge islamica negli Usa e in Canada, evitando di commettere gli errori e le palesi illegalità che rendono il CAIR vulnerabile. In tal senso, la battaglia per tutelare la Costituzione è appena iniziata

di Daniel Pipes WorldNetDaily.com

Ilmioquartiere @ 22:25 | commenti: commenti (popup)

La Turchia e il monastero Mor Gabriel

Archiviato il 18/10/2009 in: nel mondo

Nel sud-est dell'Anatolia, in territorio curdo, subito dopo aver lasciato alle spalle la città arroccata di Mardin al viaggiatore, che percorre la strada rettilinea con il confine siriano, compare all'improvviso, alla sua sinistra, il monastero di Mor Gabriel, il più antico convento cristiano di rito siro-ortodosso del mondo. Un edificio sacro che ora rischia di scomparire se un tribunale turco deciderà di accogliere le assurde richieste di alcuni propietari confinanti, di fede musulmana, che rivendicano la proprietà dei terreni su cui sorge il convento dove ancora oggi si celebrano le funzioni e si prega in aramaico, la lingua parlata da Gesù.

La disputa territoriale, che ha già suscitato viva preoccupazione in tutte le cancellerie occidentali sin dalla prima udienza avvenuta lo scorso 12 gennaio, ha come scenario il villaggio di Midyat, presso il confine con la Siria, ma sul piatto c'è in gioco la libertà religiosa in Turchia, Stato laico con il 99% delle popolazione a maggioranza musulmana e un partito filo-islamico al Governo. Il monastero, fondato nel 397 d.C. dai monaci Samuel e Simon, è una costruzione di una bellezza architettonica unica, arricchito con edifici voluti dagli imperatori romani Arcadio, Onorio e Teodosio II. Nel convento, che ha un piccolo giardino ben curato all'ingresso per accogliere gli scarsi e coraggiosi pellegrini che vi giungono in preghiera e meditazione, è il centro spirituale dell'ormai sparuta comunità siro-ortodossa in Turchia (3mila anime) ed è pure la sede del metropolita Mor Timotheus Samuel Aktash. Tra le sue possenti mura vivono solo tre monaci, 14 suore e 35 ragazzi che vi studiano la religione e appunto l'aramaico.

Lo scorso agosto, i capi musulmani di tre villaggi vicini al monastero hanno denunciato i monaci per appropriazione indebita del terreno su cui sorge l'edificio e chiesto l'espropriazione dal momento che - secondo loro - «in quel luogo in precedenza sorgeva una moschea». Inolte rivendicano che il convento toglie pascolo agli armenti. Nonostante l'evidente assurdità delle argomentazioni - il monastero risale al 397 ovvero circa 170 anni prima della nascita del profeta Maometto e della costruzione di qualsiasi moschea, oltre al fatto che qualsiasi fabbricato toglie pascolo alle greggi - il tribunale turco ha dato il benestare all'avvio della procedura giudiziaria. Il procedimento, secondo i commentatori locali, sarebbe stato intentato più per contrastare le "presunte" attività di proselitismo dei monaci (vietate dalla legge in Turchia) che per rivendicare i terreni. I capi dei villaggi vicini chiedono che il terreno del monastero sia espropriato e diviso in tre parti e che sia abbattuto un muro costruito negli anni '90, quando il convento si trovava sulla linea di conflitto fra l'esercito turco e il separatista partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), confine che ora si è spostato verso i monti Qandil nel Kurdistan iracheno.

Ma le accuse contro il monastero sono infondate, ha detto ad AsiaNews David Gelen, leader della Federazione aramaica, secondo cui è in atto una «campagna di intimidazione» contro i religiosi del convento. «Vescovo, monaci e suore - ha detto Gelen - sono minacciati in modo sempre più diretto dagli abitanti dei villaggi: che non osino presentarsi ai processi o difendersi in qualche modo. Così da tempo, monaci e suore non hanno il coraggio uscire dalla cerchia delle mura». «In Turchia - spiega Gelen - la libertà di espressione religiosa è garantita dalla Costituzione. Ma chi non è riconosciuto come minoranza di fatto non esiste. Ora i siriaci, a differenza di greci e armeni, non sono riconosciuti come minoranza religiosa, sebbene essi vivano da millenni su questo suolo.

L'obiettivo delle minacce e il processo sembra essere un modo di intimorire ed espellere questa minoranza dalla Turchia, come un corpo estraneo». Molte manifestazioni di cristiani di rito siro-ortodossi si sono svolte in Europa, tra cui la più imponente a Berlino il 25 gennaio scorso per protestare contro l'azione giudiziaria turca. Del caso si sta interessando direttamente il primo segretraio dell'ambasciata svedese a Ankara, signora Helena Storm, che intende verificare se ci siano violazioni della libertà di religione e dei diritti di proprietà delle minoranze, fatto che potrebbe anche bloccare la richiesta turca di adesione all'Unione europea. La Svezia sarà infatti presidente di turno della Ue nella seconda metà del 2009 e vuole far capire fin d'ora alle autorità locali che non farà sconti in materia di difesa dei diritti umani e della libertà di espressione.

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http://www.morgabriel.org/
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Un interessante studio su l'Islam

Archiviato il 17/10/2009 in: nel mondo

A proposito del recente attentato di Milano , vi segnaliamo questo interessante studio del Direttore dell'Immigration and National Security Program del Nixon Center

Come l'Europa fa crescere i terroristi - I modelli liberali del Continente hanno fallito nell'integrazione dei musulmani. Ora subiscono la rivolta della seconda generazione.

Il Pentagono è in guerra nel Medio Oriente per cercare di fermare gli attentati contro gli Stati Uniti. E anche se Fox News e CNN sono preoccupate che i terroristi riescano a entrare nel Paese attraverso i confini con il Messico nascondendosi tra gli immigranti illegali, il crescente incubo dei funzionari del Department of Homeland Security sono le persone munite di passaporto, ovvero quei mujahidin che non hanno bisogno di visto poiché provengono dai Paesi dell'Europa Occidentale alleati dell'America.

Le reti jihadiste si estendono in Europa dalla Polonia al Portogallo, grazie alla diffusione dell'islamismo radicale tra i discendenti dei lavoratori ospiti, reclutati in passato per favorire il miracolo economico europeo del dopoguerra. In caffè pieni di fumo di Rotterdam e Copenaghen, nei luoghi di preghiera improvvisati di Amburgo e Bruxelles, nelle bancarelle islamiche di Birmingham e del «Londonistan» (il quartiere pakistano di Londra), nelle prigioni di Madrid, Milano e Marsiglia, gli immigrati o i loro discendenti divengono volontari del jihad contro l'Occidente. Fu un musulmano olandese di origini marocchine, nato in Europa e cittadino europeo, che lo scorso novembre ad Amsterdam uccise il regista Theo van Gogh. Uno studio del Nixon Center su 373 mujahidin in Europa Occidentale e America del Nord tra il 1993 e il 2004 ha mostrato che i cittadini francesi erano più del doppio dei sauditi, e che c'erano più inglesi che sudanesi, yemeniti, cittadini degli Emirati Arabi, libanesi o libici. Un buon quarto dei jihadisti elencati erano di nazionalità europea e potevano quindi entrare negli Stati Uniti senza visto.

L'immigrazione di massa dei musulmani in Europa fu una conseguenza non desiderata del bisogno di manodopera nel dopoguerra. Appoggiati da politici bendisposti e giudici favorevoli, i lavoratori stranieri, che avrebbero dovuto soggiornare temporaneamente in un Paese europeo, beneficiarono di programmi di riunificazione delle famiglie e vi si stabilirono definitivamente. Ondate successive di immigrati crearono una marea di discendenti. Oggi i musulmani costituiscono la maggioranza degli immigrati in molti Paesi europei come il Belgio, la Francia, la Germania e l'Olanda, e la più grande componente della popolazione immigrata in Inghilterra.

È difficile stabilirne il numero esatto perché i censimenti occidentali raramente chiedono agli interessati quale sia la loro religione. Ma si stima che attualmente vi siano dai quindici ai venti milioni di musulmani che considerano l'Europa casa loro e che costituiscono dal 4 al 5 per cento della popolazione totale (negli Stati Uniti i musulmani non superano probabilmente i 3 milioni, rappresentando meno del 2 per cento della popolazione totale). La Francia ha la componente maggiore di musulmani (dal 7 al 10 per cento della popolazione totale), seguita da Olanda, Germania, Danimarca, Svezia, Inghilterra e Italia. A causa della continua immigrazione e dell'alto tasso di natalità, il National Intelligence Council prevede che la popolazione musulmana in Europa raddoppierà entro il 2025.

A differenza dei musulmani americani, entrati in un Paese enorme costruito sull'immigrazione, quelli arrivati in Europa Occidentale cominciarono ad affluire solo dopo la Seconda guerra mondiale, insediandosi in nazioni piccole e culturalmente omogenee. Per molti Stati questo afflusso era un fenomeno nuovo, e spesso male accettato, mentre gli immigrati nordafricani rimanevano tenacemente attaccati alle loro culture di origine. Quindi, a differenza dei musulmani americani, sparsi geograficamente, disomogenei dal punto di vista etnico e di solito agiati, quelli europei si raccolgono in squallide enclave con i loro compatrioti: gli algerini in Francia, i marocchini in Spagna, i turchi in Germania, i pachistani in Inghilterra.

In linea di massima, nell'Europa Occidentale ci sono due tipi di jihadisti. Chiamiamoli «esterni » e «interni». Gli esterni vengono da fuori, sono di solito persone in cerca d'asilo o studenti che hanno ottenuto rifugio nella liberale Europa in seguito a provvedimenti anti-fondamentalisti in Medio Oriente. Tra costoro ci sono imam radicali, spesso stipendiati dall'Arabia Saudita, che aprono le loro moschee ai reclutatori di terroristi e svolgono la funzione di messaggeri o padri spirituali nella rete del jihad. Una volta che costoro riescono a entrare in uno dei Paesi dell'Ue, aprono la porta a tutti gli altri. Sono assistiti da residenti legali o illegali, come i negozianti, commercianti e piccoli criminali responsabili delle bombe di Madrid.
Molti di questi «esterni» di prima generazione emigrano in Europa espressamente per portarvi il jihad. Nella mitologia islamica la migrazione è legata in modo archetipico alla conquista. Perseguitato nella Mecca idolatra, il profeta Maometto pronunciò nel 622 d.C. un anatema contro i capi della città e portò i suoi seguaci a Medina. Là creò un esercito con cui conquistò la Mecca nel 630 d.C., istituendovi la legge islamica. Oggi, nella mente dei mujahidin in Europa, il Medio Oriente in generale rappresenta la Mecca idolatra perché, negli anni Novanta, diversi governi della regione hanno represso l'avanzata islamista. L'Europa potrebbe essere vista come una specie di Medina, dove vengono reclutate truppe per la riconquista della Terra Santa, a cominciare dall'Iraq.

Gli «interni» sono invece un gruppo di cittadini emarginati, figli di seconda o terza generazione di immigrati, nati e cresciuto nel liberalismo europeo. Sono giovani disoccupati delle periferie di Marsiglia, Lione e Parigi o delle ex città industriali come Bradford e Leicester. Sono l'ultima, e più pericolosa, incarnazione di uno dei capisaldi della letteratura sull'immigrazione, la rivolta della seconda generazione. Sono anche drammatici esempi di quel che si potrebbe chiamare «assimilazione avversaria»: integrazione nella cultura avversaria del paese che li ospita. Dopo l'11 settembre il reclutamento di Al Qaeda sembra essersi strategicamente concentrato sulla seconda generazione. E se gli arruolatori del jihad a volte trovano orecchie attente nei bassifondi, tra bande di delinquenti o nelle carceri, oggi è più probabile che segnino punti nei campus universitari, nelle scuole d'élite e perfino nelle scuole medie.

Anche se per alcuni europei le bombe di Madrid sono state un evento epocale paragonabile agli attacchi dell'11 settembre negli Stati Uniti, coloro che la pensano in questo modo rappresentano solo una minoranza, soprattutto tra i politici. Ma quel che gli americani considerano scarso fervore da parte degli europei si spiega con il fatto che gli attacchi dell'11 settembre non sono avvenuti in Europa, e per un lungo periodo nel continente il terrorismo si era limitato ad autobombe e ordigni esplosivi nei bidoni della spazzatura. Nel Vecchio continente il terrorismo è ancora visto come un problema di criminalità, non il presupposto per una guerra. Inoltre alcuni funzionari europei credono che politiche acquiescenti verso il Medio Oriente possano offrire una protezione. E in effetti, Bin Laden ha attaccato selettivamente gli alleati degli Stati Uniti nella guerra irachena, risparmiando gli Stati che sono rimasti fuori del conflitto.

Con qualche eccezione, le autorità europee rifuggono dunque dalle misure legislative e di sicurezza piuttosto energiche adottate dagli Stati Uniti. Preferiscono limitarsi alla sorveglianza e ai tradizionali procedimenti giudiziari invece di lanciarsi in una «guerra al terrorismo» stile americano, mobilitando l'esercito, creando centri speciali di detenzione, rafforzando i sistemi di sicurezza ai confini, rendendo obbligatori passaporti con banda magnetica, espellendo i predicatori dell'odio e appesantendo le pene notoriamente lievi dei condannati per terrorismo. L'incapacità della Germania di condannare i cospiratori degli attacchi dell'11 settembre fa pensare che i cittadini europei, al di fuori della Francia e ora forse dell'Olanda, non sono pronti per una guerra al terrorismo.

Un jihadista può così attraversare l'Europa senza grandi controlli. Anche se viene notato, può cambiare il nome o attraversare un confine, contando su norme burocratiche e legali antiquate. Dopo le bombe di Madrid, un funzionario di medio livello è stato incaricato di coordinare le legislature europee contro il terrorismo e uniformare le misure dell'Ue relative alla sicurezza. Ma spesso ha solo una funzione di mediatore in mezzo al guazzabuglio dei codici dei 25 Stati membri. La reazione degli olandesi all'assassinio di Van Gogh, la reazione degli inglesi all'abuso dell'asilo politico da parte di jihadisti e la reazione dei francesi per l'uso del velo fa pensare che il multiculturalismo degli europei abbia cominciato ad entrare in conflitto con il liberalismo, il diritto alla privacy con la sicurezza nazionale. Il multiculturalismo una volta era il marchio del liberalismo culturale europeo, che il giornalista inglese John O'Sullivan definì come «libertà da noiosi costumi morali tradizionali e da restrizioni culturali». Ma quando si ha la sensazione che il multiculturalismo copra il terrorismo, il liberalismo non può che dissociarsi. In Francia, Olanda, Inghilterra e fino a un certo punto anche in Germania, dove la tolleranza religiosa è arrivata al punto da permettere alla cellula di Amburgo di trasformare dei luoghi di preghiera in luoghi di guerra senza che la polizia intervenisse, tra liberalismo e multiculturalismo si sta aprendo una breccia.

Tuttavia non è ancora affatto chiaro se misure politiche calate dall'alto possano funzionare senza che si verifichino decisivi mutamenti negli atteggiamenti sociali. I musulmani possono diventare europei senza che l'Europa apra loro i suoi circoli politici e sociali? Finora sembra che l'assimilazionismo assoluto abbia fallito in Francia, ma la stessa cosa è accaduta per la segregazione in Germania e il multiculturalismo in Olanda e in Inghilterra. Può esserci un'altra via? I francesi hanno vietato di indossare il velo nelle scuole pubbliche; i tedeschi lo vietano agli impiegati pubblici. Gli inglesi se ne compiacciono. Gli americani lo tollerano. Poiché gli Stati Uniti hanno precedenti relativamente più felici di integrazione degli immigrati, ci si potrebbe chiedere se il metodo misto degli americani — separare la religione dalla politica senza porre un muro tra di esse, aiutare gli immigrati ad adattarsi un po' alla volta ma lasciar loro una relativa autonomia culturale — non possa ispirare gli europei a tracciare un nuovo corso tra un multiculturalismo sempre più pericoloso e un puro laicismo che allontana i musulmani e altri credenti. Una cosa è certa: se non altro per la lotta contro il terrorismo, l'Europa ha bisogno di attuare una politica di integrazione che funzioni. Ma ciò non si verificherà da un giorno all'altro.

Anzi, la spaccatura tra il liberalismo e il multiculturalismo si sta allargando proprio nel momento in cui nel continente sta avvenendo il più ampio spostamento di popolazioni da quando le tribù asiatiche vennero spinte a occidente nel primo millennio della cristianità. L'immigrazione tocca chiaramente un nervo scoperto della sicurezza nazionale, ma pone anche questioni di natura economica e demografica: per esempio, come affrontare il problema di una popolazione che sta invecchiando in modo evidente; come mantenere una coesione sociale quando il cristianesimo è in crisi e il laicismo e l'islamismo sono, invece, in crescita; se l'Unione europea debba esercitare la sovranità al di là dei confini e della cittadinanza; e che cosa significherebbe per l'Ue l'annessione della Turchia con i suoi 70 milioni di musulmani. Inoltre, i mujahidin europei non sono una minaccia solo per il Vecchio Mondo, ma costituiscono un pericolo immediato anche per gli Stati Uniti.

Il New York Times ha dato notizia che Bin Laden ha demandato l'organizzazione del prossimo spettacolare attacco agli Stati Uniti a un nucleo organizzativo esterno. Vi sono buone probabilità che si trovi in Europa e impieghi cittadini europei. I Paesi europei di solito accordano la cittadinanza agli immigrati nati sul loro suolo, e così i potenziali jihadisti hanno diritto ad un passaporto europeo, che permette loro di entrare negli Stati Uniti senza visto e senza un colloquio. I membri della cellula di Amburgo che ha diretto gli attacchi dell'11 settembre arrivarono in volo dall'Europa e furono trattati dal Dipartimento di Stato come viaggiatori che usufruiscono del Visa Waiver Program (VWP).

Bisogna allora abolire il VWP, come chiedono alcuni membri del Congresso? No di certo. Il Dipartimento di Stato sta già cercando di introdurre misure più severe sul controllo dei visti, misure che implicano interviste più lunghe, più personale e maggiori attese. Abolire il VWP comporterebbe pesanti costi burocratici e diplomatici e irriterebbe gli amici europei rimasti agli Stati Uniti. Gli Usa dovrebbero, piuttosto, aggiornare i criteri usati nella selezione periodica dei Paesi che possono rientrare nel VWP, studiare i metodi di reclutamento dei terroristi e valutare di conseguenza le procedure nel controllo dei passaporti. Questi controlli potrebbero utilizzare unità operative create in collaborazione con gli europei. Insieme, le autorità statunitensi ed europee dovrebbero insistere che le linee aeree chiedano ai viaggiatori transatlantici diretti in America di dare le informazioni sul passaporto quando comprano il biglietto. Questa misura darebbe al nuovo National Targeting Center americano il tempo di controllare coloro che aspirano ad entrare negli Stati Uniti senza ritardare la partenza del volo. E ai banconi del check-in dovrebbero stazionare dei funzionari che fermino i sospetti.

I muhajidin europei mettono in pericolo tutto il mondo occidentale. La collaborazione nel tenere a bada il rancore dei musulmani, o almeno nel tenere lontani dagli aerei diretti negli Stati Uniti i jihadisti europei, potrebbe contribuire a riconciliare alleati che si sono allontanati. Un pericolo e un interesse condivisi dovrebbero impegnare media, politici e pubblico da entrambi i lati dell'Atlantico. Concentrarsi sui pericoli comuni e sulle soluzioni potrebbe essere un elemento di parziale conforto per gli europei e gli americani dopo i recenti disaccordi.
Robert S. Leiken Direttore dell'Immigration and National Security Program del Nixon Center
La moschea di Piazza Duomo

Ilmioquartiere @ 22:52 | commenti: commenti (popup)

L'occidente che non vede

Archiviato il 17/10/2009 in: nel mondo
Cristiani crocifissi L’Occidente reagisca o sarà sopraffatto 
   
Carlo Panella - Libero News

Ha dell’incredibile l’indifferenza generale in cui è caduta ieri in Italia la denuncia del vescovo della diocesi sudanese di Tombura Yambio, Hiiboro Kussala: in Sudan sette cristiani sono stati crocifissi. Ha ancora più dell’incredibile che lo stillicidio di notizie di massacri di cristiani in Sudan, Nigeria (centinaia), Iran, Pakistan, Bangladesh, Indonesia e Malesia, non si componga nella presa d’atto in Occidente dell’operare di un Islam fondamentalista e assassino che non è affatto limitato ad Al Qaeda, che non è composto da gruppuscoli terroristi, ma che coinvolge larghissime masse di musulmani. Il martirio di decine di migliaia di cristiani è il segno terribile e tangibile di uno scontro di civiltà in atto, per nulla voluto dall’Occidente, ma voluto e perpetuato da una larga parte dell’Islam. Uno scontro di civiltà che ha le mani insanguinate di tanti paesi musulmani, ma che è in atto anche nelle “laica” Algeria, dove i tribunali condannano a due anni di prigione musulmani che hanno commesso la “colpa” di convertirsi al cristianesimo.

Lo scontro di civiltà

In Egitto, dove i convertiti al cristianesimo vengono colpiti da fatwà di morte, emesse da sheikh autorevoli di quella università coranica di al Azhar del Cairo da cui irresponsabilmente il presidente Obama ha voluto dare una patente di tolleranza all’Islam. In Yemen, dove partiti presenti in parlamento chiedono al governo azioni repressive contro i duemila musulmani che si sono convertiti al cristianesimo. In Arabia Saudita in cui continui sono gli arresti di cristiani (spesso filippini), arrestati solo perché hanno celebrato messa in uno scantinato. In Pakistan, dove la “Legge sulla Blasfemia” prevede la condanna a morte per chi dichiari “Cristo è figlio di Dio”, creando una legittimità agli attentati continui contro chiese cristiane che hanno fatto decine di vittime. O in Indonesia, dove cristiani sono stati condannati a morte o ragazzine sgozzate solo perché andavano a messa.

No c’è solo Al Qaeda

È un errore gravissimo, pensare che l’onda di violenza, vuoi omicida, vuoi ferocemente repressiva, contro i cristiani, sia opera solo di Al Qaeda, o di gruppuscoli estremisti. Trionfa invece da anni nell’intero mondo musulmano una cultura violenta e aggressiva - sino all’omicidio di Stato o il linciaggio di massa - che colpisce i cristiani, con la stessa, identica, logica di sopraffazione nei confronti degli ebrei (costretti ovunque all’esilio), ben al di là dai problemi posti dal rapporto tra Israele e i palestinesi. Una logica di sopraffazione che ha una radice nella teologia musulmana - anche in quella “moderata” - che sostiene che l’uomo nasce musulmano e che poi abbraccia altre fedi solo a causa delle influenze famigliari. Una logica che “tollera”, quando li tollera, i cristiani, a patto che non facciano proselitismo (proibito in tutti, tutti i paesi islamici). Una logica perversa, negatrice della libertà di pensiero, di cui l’Occidente non vuole prendere atto, anche quando sfocia nel sangue. Ma l’Occidente non vuole vedere, e allontana gli occhi dalle croci del Sud.

Ilmioquartiere @ 20:43 | commenti: commenti (popup)

L'Europa cristiana. Il segreto delle cattedrali

Archiviato il 10/10/2009 in: nel mondo

Unicorni, grifoni, leoni, animali fantastici e ruote cosmiche, sono tutti simboli legati alla sapienza antica che possono essere ritrovati nelle cattedrali gotiche. Il termine gotico sembra derivare dal popolo barbaro dei Goti. "Arte gotica" starebbe ad indicare l'arte "barbara", selvaggia distruttrice della tradizione classica. Una spiegazione molto diversa, ci è offerta da Fulcanelli, nel suo affascinante volume "Il Mistero delle cattedrali" che stabilisce un collegamento tra gotico e goetico (ovvero magico). "L'art gotique", egli dice, "altro non è che una deformazione ortografica della parola argotique, la cui omofonia è perfetta....La cattedrale, dunque, è un capolavoro d'art goth o d'argot" il cui significato sul dizionario è: "il linguaggio particolare di tutti quegli individui che sono interessati a scambiarsi le proprie opinioni senza essere capiti dagli altri che stanno intorno".

Le cattedrali gotiche sono dei veri e propri libri di pietra, per tramandare straordinarie conoscenze che solo poche persone iniziate a simboli ed a codici particolari, avrebbero potuto comprendere. Infatti la grandiosità, l'imponenza e tutta una serie di misteri non risolti hanno fatto diffondere attorno alle cattedrali gotiche numerose leggende legate a figure ed oggetti leggendari della storia del Cristianesimo, dai Templari al Santo Graal.

Furono costruite improvvisamente in Europa, intorno al 1128 (cattedrale di Sens), proprio dopo il ritorno dei Templari dalla Terrasanta, con una maestria costruttiva tecnica e architettonica completamente diversa dalle precedenti chiese romaniche. Hanno in comune diverse caratteristiche: vennero costruite su luoghi già considerati sacri al culto della Grande Madre, ritenuto il culto unitario più diffuso prima del Cristianesimo; molti di questi luoghi inoltre sono dei veri e propri nodi di correnti terrestri, ovvero punti in cui l'energia terrestre è molto forte (grandi allineamenti di megaliti). Hanno pianta a croce latina: la croce "é il geroglifico alchemico del crogiuolo" (Fulcanelli), ed è nel crogiuolo che la materia prima necessaria per la Grande Opera alchemica muore, per poi rinascere trasformata in un qualcosa di più elevato.

Sono adornate da un gran numero di statue o bassorilievi raffiguranti figure altamente simboliche e simboli magici ed esoterici, che poco hanno a che vedere con la loro funzione di chiese cristiane ed hanno un particolare orientamento in modo che il fedele, entrando nell'edificio sacro, cammini verso l'Oriente, ovvero verso la Palestina, luogo di nascita del Cristianesimo.

Ciascuna cattedrale è dotata di una cripta in cui secondo alcune tradizioni sarebbero nascosti degli oggetti sacri molto importanti (ad esempio si dice che in una delle cripte di Chartres sia custodita l'Arca dell'Alleanza, e che quando questa cripta sarà scoperta la cattedrale crollerà al suolo). Ma le cripte sono legate ad un altro elemento molto misterioso: le Vergini Nere, statue o bassorilievi, che raffigurano appunto la vergine Maria, con la particolarità della carnagione scura. E' da sottolineare la relazione tra le statue di Iside, la divinità egizia corrispondente alla dea greca Gea ("la Terra"), che venivano custodite nei sotterranei dei templi egizi, con le Vergini Nere, anch'esse collegate al culto della Terra, diffuso in tutta l'Europa. La stessa Madonna sarebbe la cristianizzazione di questa figura troppo radicata nell'immaginario popolare, da poter essere estirpata del tutto. Per questo, i costruttori delle cattedrali gotiche, che anche in altri particolari (ad esempio quello di erigere le cattedrali sui luoghi sacri alla Grande Madre) si erano dimostrati legati a tale culto, avrebbero colorato in modo diverso il volto della Vergine cattolica, affinché coloro che "sapessero" avrebbero facilmente compreso di chi si trattasse realmente .

Uno dei simboli maggiormente presente nelle cattedrali è il labirinto che sta ad indicare la via che l'uomo deve percorrere per conseguire l'iniziazione. Rappresenta anche il cammino di fede: dall'esterno, seguendo un tortuoso percorso, si arriva al centro. Il labirinto di Chartres ha un diametro di dodici metri e il percorso si snoda per duecento metri. I pellegrini dovevano percorrere in ginocchio il labirinto, sul pavimento del presbiterio, per andare al loro "centro".

alchimia - gargoyle - notre dame de paris


Ilmioquartiere @ 23:06 | commenti: commenti (popup)

Il declino della cristianità sotto l'Islam. Dalla Jihad alla dhimmitudine.

Archiviato il 10/10/2009 in: nel mondo

Com'è possibile spiegare una espansione dell'Islam cosi rapida e una sua penetrazione cosi profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? La conquista islamica è avvenuta all’insegna del jihd e della shar’a, la guerra santa contro i non musulmani e il diritto fondato sul Corano. Quando le popolazioni di religione cristiana, ebraica e zoroastriana che abitavano lungo le rive del Mediterraneo e negli sterminati territori dell’antica Persia vennero sottomesse dagli arabi (nei secoli VII e VIII) e dai turchi (circa quattro secoli dopo), divennero, nei loro stessi territori, dhimmi, privi di diritti e oggetto di una «protezione» (dhimma) che pagavano lautamente. Ma quali forze, secolo dopo secolo, prepararono e imposero la dhimmitudine, modellandosi su un progetto politico di lungo termine teso a sconfiggere le altre religioni? Come è possibile spiegare un’espansione dell’islm così rapida e una sua penetrazione così profonda in paesi tanto diversi tra di loro e spesso sede di culture antiche e profondamente radicate? Che cosa travolse e riplasmò società evolute e articolate, sotto il profilo politico, giuridico ed economico? E perché per lungo tempo la dhimmitudine è stata rimossa o negata nei paesi occidentali che hanno spesso preferito esaltare la presunta tolleranza dell’Islam?
Sulla scorta di una documentazione storica cospicua, ancora insufficientemente nota, Bat Ye’or dimostra che se la dhimmitudine è stata certamente la conseguenza delle conquiste militari, è però stata soprattutto il frutto della cooperazione (in alcuni casi fattiva e consapevole, in altri fondata su tragici malintesi) di élite civili e religiose altamente civilizzate e di maggioranze poco coese e per questo motivo incapaci di reagire. Mentre la ummh unificava il suo enorme potenziale militare, demografico ed economico, i popoli non musulmani si dividevano in nome di settarismi ideologici o all’insegna di un pragmatismo utilitaristico che li portarono prima a una resa culturale e poi all’estinzione. Inoltre i paesi dell’Occidente, quasi sempre ostili gli uni agli altri a causa dei contrapposti interessi strategici, hanno a lungo preferito ignorare (o hanno cercato di strumentalizzare) questo inquietante fenomeno storico.
Secondo Bat Ye’or la dhimmitudine è un motore decisivo della storia anche oggi. Di fronte a un Islam che ha ripreso la sua guerra, lo studio del passato serve a capire il presente, smaschera verità di comodo e pone interrogativi di inquietante attualità: stiamo forse assistendo al progressivo assoggettamento dell’Europa?

Bat Ye’or, nata in Egitto e di nazionalità britannica, si è dedicata allo studio dello status delle comunità etnico-religiose nei paesi islamici, a cui ha dato un nome, «dhimmitudine». Tra i suoi numerosi saggi dedicati al rapporto tra l’islm e la cristianità, ricordiamo il fondamentale Eurabia. Come l’Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita e Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano. Ricordiamo o cosa dicono sui loro siti gli integralisti islamici: "Con le vostre leggi vi conquisteremo, con le nostre leggi vi domineremo".
Buona lettura.

Malospit
islam-futuro












                                                                                        L'Islam futuro ?

Con la Croce e con la spada

 

 

 

 

 

 

 

Ilmioquartiere @ 21:40 | commenti: commenti (popup)

Eroi per caso

Archiviato il 10/10/2009 in: nel mondo

Oggi abbiamo letto con interesse un articolo del giornalista-scrittore Antonio Socci , il quale in questi giorni è stato colpito nei suoi affetti di padre , per un grave malore che ha colpito la sua giovane figlia. Socci ci parla nel suo articolo della cultura dell'odio che dimentica gli eroi di tutti i giorni, cita il sacrifico del messinese Simone Neri 30 anni. Egli era un sottoufficiale della Marina Militare, che si trovava a Giampilieri  il suo paese natale ,  durante il nubifragio e la tragica frana che ha provocato 25 morti e 10 dispersi. Durante quelle ore drammatiche si è prodigato  a soccorrere quelli che gridavano aiuto. Ne ha tratti in salvo otto. Nella tarda sera di quel tragico giornoha fatto l’ultima telefonata alla fidanzata. E le ha detto: «C’è un bambino che piange, vado a salvarlo. Qualsiasi cosa succeda, ricordati che ti amo». Sono state le sue ultime parole perché non è più tornato anche lui inghiottito dal mare di fango assassino. Poi ci ha parlato di un prete missionario ucciso in Brasile da alcuni balordi, mentre portava ai diseredati di quel paese la solidarietà cristiana. Infine ha citato i ragazzi di Kabul, i nostri paracadutisti della Folgore spazzati via da quell'estremismo islamico , che alcuni per non chiamarli terroristi, li chiama insorgenti , forse per un ricordo che fa rima con resistenti.  La stampa libera di questo nostro Paese di cosa si occupa da mesi , di cosa si occupano Anno Zero , Ballarò , l’Infedele e gli altri programmi d’informazione? Da mesi si parla solo di escort, minorenni, Noemi, Patrizia d’Addario , durante l’ultima puntata di Anno Zero hanno fatto parlare il “collaboratore di giustizia” Ciancimino  quello che il padre don Vito usava chiamarlo con il trillo di un campanello , con l’attore Tony Sperandeo hanno dato voce all’infame killer Giovanni Brusca  detto "lo scannacristiani" per la ferocia del suo agire criminale, oppure in lingua siciliana "u verru", il porco , quello che ha squagliato nell’acido il piccolo Di Matteo. Cioè nell’informazione libera , quella di cui si dice soffocata dal bavaglio del tiranno hanno tenuto banco per gli ascolti delle disivolte ragazze che oggi si fanno chiamare escort , un killer infame e un collaboratore di giustizia con il ghigno del serpente a sonagli. Noi negli eroi di tutti i giorni vorremmo ricordare anche Fabrizio Quattrocchi , quello di “..vi faccio vedere come muore un italiano” , anche lui dimenticato tra quegli eroi per caso , forse non fanno notizia , non solleticano il palato del gossip , gente normale , gente pulita che muore i silenzio dandoci solo una lezione di coraggio , nella loro grande normalità. Ci piacerebbe una trasmissione su questi eroi comuni , semplici, normali.

Ilmioquartiere @ 19:24 | commenti: commenti (popup)

Parigi 2048

Archiviato il 03/10/2009 in: nel mondo

Come sarà Parigi nel 2048? Sarà musulmana e la Torre Eiffel diventerà il minareto più alto del mondo, mentre Notre-Dame subirà la sorte della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, oggi Istanbul: si trasformerà in moschea. È questa la fantastica previsione di un romanzo che ha fatto scandalo in Russia, il cui titolo è appunto La Moschea di Nostra Signora di Parigi (Mecet parizhskoj Bogomateri) e il cui sottotitolo (2048) riecheggia quello del celebre romanzo di Orwell 1984, spostando di circa mezzo secolo l' attuazione della tetra profezia e modificandone la sostanza, dato che al tempo in cui lo scrittore inglese cercava di antevedere il futuro il pericolo di una islamizzazione dell' Europa («Il campo di battaglia è l' Europa!», dice un altro slogan di copertina del romanzo in questione) non si presentava all' orizzonte. L' autrice de La moschea di Nostra Signora di Parigi si chiama Elena Chudinova, nota per romanzi storici che non le avevano garantito il successo di questa sua ultima prova letteraria, il cui riferimento a Orwell è però estrinseco: mancano alla scrittrice russa la finezza e la tersità di scrittura del grande satirico inglese e il suo romanzo, per quanto possa accattivare il lettore, manifesta con troppa evidenza l' intento ideologico anche con un' appendice di note al testo che solo in parte si giustificano per il lettore russo poco informato sulla realtà del mondo cattolico. Il cattolicesimo è, infatti, un protagonista implicito assieme al laicismo più o meno ateistico, della visione cupa della Francia di un non remoto futuro, mentre suo antagonista è un Islam ormai vittorioso grazie anche, oltre che alla sua energia di espansione, alle debolezze dei suoi avversari. La Chudinova, cristiana ortodossa, parla di un «neocattolicesimo» svigorito e rinunciatario al quale essa contrappone con simpatia il tradizionalismo di monsignor Lefebvre, avverso ad ogni ammodernamento religioso. In una Parigi in cui i musulmani hanno instaurato il loro potere totale e la loro egemonia religiosa e pochi renitenti sopravvivono ancora nei ghetti, si è costituito un movimento clandestino di resistenza armata che ha adottato mezzi di lotta terroristici. La Chudinova, che in numerose interviste e interventi ha approfondito e difeso le sue posizioni, ha tenuto a precisare che nel suo romanzo i cristiani resistenti non sono «terroristi», come i suoi oppositori l' avevano accusata: i cristiani sono dediti soltanto alla preghiera, convinti che sia giunta la «fine dei tempi» e che non resti che affrontare il martirio per la fede, mentre a resistere disperatamente al dominio musulmano sono i laici, i nuovi Maquis, come li chiama, eredi della resistenza antifascista, «residui della società irreligiosa a noi contemporanea». E prosegue: «Essi posseggono certi valori ai quali non vogliono rinunciare. Ma essi vanno verso il nulla. Prendono in mano il mitra per difendersi, semplicemente per non morire schiavi, ma tali quali sono. Non possono vincere, sono in un vicolo cieco». Già queste dichiarazioni dicono la tensione che si è creata intorno al romanzo, contro il quale si sono schierati critici di tendenza liberale. A sua volta la Chudinova, conservatrice rigorosa, non manca di controbattere, usando parole dure contro i liberali (in particolare, contro il partito di Grigorij Javlinskij «Jabloko»), definiti «non simbionti, ma parassiti» della società, colpevoli di ridurne l' immunità di fronte alla «minaccia islamica». La posizione politica della Chudinova non è priva di originalità e impedisce di catalogarla tra i neonazionalisti russi antioccidentali, in particolare tra i nuovi «euroasisti», ai quali essa rimprovera l' idea secondo cui «la Russia deve associarsi all' Asia e così sconfiggere l' America» perché, obietta, in tal modo l' America sarebbe lei sconfitta, ma anche «la Russia cesserebbe di esistere». Si lamenta la Chudinova che la Russia «troppo a lungo è stata staccata dalla comune famiglia europea» e su questa base «isolazionistica» si è formato un «messianismo artificiale». E precisa a proposito della riforma occidentalizzante di Pietro il Grande: «Quando pensiamo male del confine del XVII-XVIII secolo, non posso essere d' accordo neppure sotto l' aspetto religioso. Io questo confine lo percepisco come un periodo benefico». Il suo ideale d' Europa è nettamente rivolto al passato e l' attuale Chiesa cattolica è accusata di essersi adattata al mondo moderno: «È terribile, certo, ciò che è avvenuto da noi nel periodo sovietico, quando ci hanno strappati dalla religione, ma ancora più terribile è quando si profana la religione» con un lassismo che tutto permette. Rispettando tutte le proporzioni come per il riferimento a Orwell, l' altro nome fatto a proposito della Chudinova è quello di Oriana Fallaci, a proposito della quale l' autrice della Moschea di Nostra Signora di Parigi ha dichiarato: «In parte la protagonista del mio romanzo ha come modello la giornalista italiana Oriana Fallaci che adesso, grazie a Dio, è conosciuta anche da noi, dopo l' uscita del suo libro-predicazione La Rabbia e l' Orgoglio. Ma nel 2048 una donna così non si metterebbe più a predicare: che senso ci sarebbe ormai? Perciò la mia Sofia (l' eroina del romanzo, ndr) tiene in mano il kalashnikov, a differenza di Oriana, la cui arma è la penna». Possiamo trascurare le polemiche accesissime intorno al libro della Chudinova per alcuni «affascinante romanzo d' avventure» e «ardita antiutopia», per altri opera «reazionaria» di istigazione antiislamica. A proposito di quest' accusa, lasciamo l' ultima parola di difesa all' autrice che, a chi le chiedeva se fosse pronta a mutare in meglio il suo atteggiamento verso l' Islam, ha risposto: «Indubbiamente, è quello che voglio. Per questo è necessario soltanto che i musulmani stessi, senza di noi, blocchino il loro terrorismo. Dopo di che dirò: "Splendido, è venuto il tempo delle pacifiche dispute teologiche"». Come ha detto un critico severo verso il romanzo: «Il successo maggiore del libro non sta nei meriti letterari, ma nell' impostazione del problema. Un problema che da tempo agita gli intellettuali europei, i pensatori russi e chiunque mediti sul destino della civiltà cristiana. Santa Sofia un tempo fu trasformata in moschea: avverrà lo stesso per Nôtre-Dame?». Rispondere negativamente non significa annullare la domanda. La scrittrice Elena Chudinova (nella foto) è l' autrice del romanzo-scandalo La Moschea di Nostra Signora di Parigi. Il libro, pubblicato in Russia, immagina che nel 2048 (2048 è anche il sottotitolo del libro) Parigi sarà musulmana e che la Torre Eiffel diventerà il minareto più alto del mondo, mentre Notre-Dame si trasformerà in moschea. L' ispiratrice Sofia, l' eroina del romanzo di Elena Chudinova, è in parte ispirata a Oriana Fallaci, autrice de La Rabbia e l' Orgoglio, il bestseller pubblicato in Italia da Rizzoli. «A differenza di Oriana, però - ha detto la scrittrice russa -, Sofia non impugna la penna ma imbraccia il kalashnikov».

Ilmioquartiere @ 21:55 | commenti: commenti (popup)

Lepanto 7 ottobre 1571

Archiviato il 03/10/2009 in: nel mondo

In questa Europa che nella sua costituzione ha rinunciato alle sue radici cristine-giudaiche , in questa Europa delle banche e dei banchieri, in questa Europa delle logge massoniche , certamente non si celebrerà la vittoria della Lega Cristiana che nella battaglia di Lepanto arrestò l'espansione islamica dell'Impero Ottomano in Europa , a Bruxelles saranno certamente impegnati nei negoziati per far entrare nel continente europeo 75 milioni di cittadini di religione islamica.

Lo svolgimento della battaglia

Alla testa della Lega Cristiana fu posto un giovane di 25 anni: don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Carlo V e dunque fratellastro del re di Spagna Filippo II. La flotta pontificia, costituita grazie all'aiuto decisivo dei cavalieri di Santo Stefano, era comandata da Marcantonio Colonna, duca di Paliano, a cui il Papa affidò la bandiera della Chiesa. La Santa Lega fu ufficialmente proclamata a Roma nella basilica di San Pietro. Lasciata Messina, dove si era concentrata alla fine di agosto, dopo venti giorni di navigazione con rotta verso levante, la flotta cristiana attaccò il nemico alle undici di mattina di quella domenica 7 ottobre dell'anno 1571.

All'alba  una gigantesca flotta ottomana, la più numerosa mai schierata nel Mediterraneo, avanzava lentamente, con il vento di scirocco in poppa. Circa 270 galee e una quantità indescrivibile di legni minori formavano un semicerchio, una enorme e minacciosa mezzaluna che occupava tutte le acque che dalle coste montagnose dell'Albania, a nord, arrivano alle secche della Morea, a sud. Al centro della mezzaluna che avanzava, sulla nave ammiraglia, chiamata la Sultana, sventolava uno stendardo verde, venuto dalla Mecca, che recava ricamato in oro per 28.900 volte il nome di Allah.

Di fronte, in formazione a croce, era schierata la flotta cristiana, sulla cui ammiraglia, comandata da don Giovanni d'Austria, garriva un enorme stendardo blu con la raffigurazione del Cristo in Croce. La battaglia durò cinque ore e si decise al centro dello schieramento, dove le navi ammiraglie si speronarono l'un l'altra formando un campo di battaglia galleggiante in cui si susseguirono attacchi e contrattacchi finchè il reggimento scelto degli archibugieri di Sardegna riuscì a sferrare l'attacco decisivo. Alì Pascià fu colpito a morte e sulla Sultana fu ammainata la Mezzaluna e issato il vessillo cristiano.

Si coprirono di valore tra gli altri i Colonna e gli Orsini, sette della stessa famiglia, il conte Francesco di Savoia che cadde in battaglia, il ventitreenne Alessandro Farnese, destinato a divenire uno dei maggiori condottieri del secolo, Giulio Carafa che, preso prigioniero si liberò e si impadronì del brigantino nemico, ed i veneziani tutti che pagarono il maggior tributo di sangue. 
Il provveditore veneziano Agostino Barbarigo che comandava l'ala sinistra dello schieramento cristiano, si batté, fino a che non gli mancarono le forze, con una freccia infitta nell'occhio sinistro.Sulla sua ammiraglia, Sebastiano Venier, combatté a capo scoperto e in pantofole perché, risponde a chi gliene chiede il motivo, fanno migliore presa sulla coperta. Ha settantacinque anni e imbraccia la balestra, aiutato da un marinaio per il caricamento dell'arma, un'operazione che era ormai superiore alle sue forze. Sopraffatto dal numero viene soccorso dalle galee di Giovanni Loredan e Caterino Malipiero, che trovano la morte nella lotta.
Al termine della battaglia la Lega aveva perso più di 7.000 uomini, di cui 4.800 veneziani, 2.000 spagnoli, 800 pontifici, e circa 20.000 feriti; i turchi, contarono più di 25.000 perdite e 3.000 prigionieri. Il nome di Lepanto era entrato nella storia. Per la prima volta dopo un secolo il Mediterraneo tornò libero. A partire da questo giorno iniziò il declino dell'impero ottomano.

Nel pomeriggio del 7 ottobre, Pio V che aveva moltiplicato le preghiere a Colei che sempre aveva soccorso i cristiani nelle ore drammatiche della cristianità, stava esaminando i conti con alcuni prelati. D'improvviso fu visto levarsi, avvicinarsi alla finestra fissando lo sguardo come estatico e poi, ritornando verso i prelati esclamare: "Non occupiamoci più di affari, ma andiamo a ringraziare Iddio. La flotta cristiana ha ottenuto vittoria". Il Pontefice attribuì il trionfo di Lepanto all'intercessione della Vergine e volle che nelle Litanie lauretane si aggiungesse l'invocazione Auxilium christianorum. Anche il Senato Veneziano che non era composto da donnicciole, ma da uomini fieri e rotti a sfidare i più gravi pericoli in mare e in terra, volle attribuire alla Santissima Vergine il merito principale della vittoria e sul quadro fatto dipingere nella sala delle sue adunanze fece scrivere queste parole: Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit (non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori).


«De laude novae militiate», Milano, Biblioteca del Senato, 2004, scrive che «i cavalieri di Cristo… non peccano quando uccidono il nemico…, anzi la morte data o ricevuta per Cristo merita una grande gloria, simile al martirio. (…). Il cavaliere con serenità uccide, con serenità muore»

Ilmioquartiere @ 21:52 | commenti: commenti (popup)

I Ragazzi di Kabul.....

Archiviato il 17/09/2009 in: nel mondo

Sicuramente dopo questo attentato si scateneranno le polemiche , portiamoli a casa oppure no rimaniamo a Kabul , a noi piace ricordare i Paracadutisti del 186° Reggimento della Folgore , con le parole del loro comandante al momento della partenza per l'Afghanistan :

186° Reggimento Paracadutisti

Ciò che mi sta a cuore maggiormente è un’altra cosa - ha affermato il Col. Zizzo comandante dei parà senesi -. Un adagio militare recita che una famiglia forte crea un soldato forte. Io dico un paracadutista forte. E’ con il coinvolgimento di tutti voi che chiedo che le nostre famiglie siano forti, sempre, specie durante la nostra assenza. Se il nostro impegno a Kabul sarà duro e pesante, quello delle nostre famiglie, a casa ad aspettare, lo sarà altrettanto. Con la costituzione di un gruppo di supporto alle famiglie abbiamo voluto realizzare  una struttura creata all’interno del reggimento, ma ancorata alla città, che possa venire incontro alle necessità delle nostre famiglie”.

Preghiera del Paracadutista
 
Eterno Immenso Iddio, che creasti gli eterni spazi e ne misurasti le misteriose profondità, guarda benigno a noi, Paracadutisti d’Italia, che nell’adempimento del nostro dovere,  balzando dai nostri apparecchi, ci lanciamo nella vastità dei cieli. Manda L’Arcangelo S. Michele a nostro custode: Guida e proteggi l’ardimentoso volo. Candida come la seta del paracadute sia sempre la nostra fede E indomito il coraggio. La nostra giovane vita è tua o Signore! Se è scritto che cadiamo, sia!  Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e fratelli in numeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire. Benedici, o Signore, la Patria, le famiglie, i nostri cari! Per loro nell’alba e nel tramonto,sempre la nostra vita! E per noi Signore, il Tuo glorificante sorriso.
Così sia.

Ilmioquartiere @ 14:59 | commenti: commenti (popup)

Frecce Tricolori

Archiviato il 01/09/2009 in: nel mondo

TRIPOLI IL TRICOLORE NEL CIELO

BENE COSì RAGAZZI

frecce-tricolori

Ilmioquartiere @ 22:36 | commenti: commenti (popup)

Le vacanze sono finite

Archiviato il 22/08/2009 in: nel mondo

La Redazione è di nuovo al lavoro

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The best secret editing in the world

Ilmioquartiere @ 18:39 | commenti: commenti (popup)

2050 l'Europa che verrà...

Archiviato il 09/08/2009 in: nel mondo

In questi anni l’Occidente preso di sorpresa con gli attentati del 11 settembre , ha ritenuto che la lotta al terrorismo islamico e all’ideologia Jihadista , fosse solo un problema d’intelligence o militare, al contrario si è sottovalutato il problema dell’immigrazioni da quelle aeree dove il fondamentalismo islamico è nato. L’Occidente ha sottovalutato il pericolo dell’islamizzazione che non viene tanto dalle bombe dei terroristi ma dalla bomba demografica degli immigrati mussulmani, la cosiddetta “politica del ventre molle”. Si tratta di una bomba ancora più micidiale di quelle dei martiri suicidi , perché è silenziosa costante e a scoppio ritardato, molto ritardato, ma dall’effetto più micidiale, a lungo termine, delle bombe di Londra o Madrid. Quello che i politici occidentali non hanno capito è che, mentre noi diamo la caccia ai cattivi , gli altri, quelli buoni, arrivano a milioni, si portandosi dietro parenti e figli i quali poi figliano e poi figliano ancora, fino al giorno in cui saranno talmente numerosi da poter fare massa critica. Ci sono delle statistiche che leggendole ci dovrebbero far saltare sulla sedia , dimenticato in uno degli innumerevoli uffici studio della CEE giace una relazione che analizzando i nomi più diffusi tra i neonati, nella capitale belga Bruxelles sede della Comunità Europea c’è proprio il nome di Mohammed.
La combinazione tra il basso indice della natalità europea e l’alto tasso di quello delle masse di prolifici immigrati, non poteva che produrre questi frutti. Viene calcolato che se la popolazione europea di fede musulmana è più che raddoppiata negli ultimi trent’anni, lo stesso avverrà negli anni a venire prevedendo analogo raddoppio entro il 2015. E di lì, a salire, fino ad arrivare a quel 20% globale e tondo tondo . Si prevede che specialmente in quelle nazioni , le quali per ragioni storiche del colonialismo , hanno un’alta percentuale d’immigrati di origine islamica , vedi Inghilterra e Francia , alcune grandi città inglesi come Birmingham e Leicester e in Francia Marsiglia , i musulmani saranno per esempio maggioranza e addirittura nel 2050 l’islam sarà maggioranza tra la popolazione europea dei minori di 15 anni.

A quel punto allora non ci sarà più bisogno delle bombe per imporre le proprie leggi, ma avranno già vinto la guerra e nella vecchia Europa potrà regnare la Sharia . In Inghilterra alcune corte inglesi , hanno accettato che la Sharia di irrompesse nei sistemi giuridici occidentali .Ben cinque corti manovrate dallo sceicco Sheikh Faiz-ul-Aqtab Siddiqi, in funzione a Londra e in altre città del Regno Unito, hanno cominciato a deliberare a partire dall’estate 2007, sulla base di una riforma del 1996, l’Arbitration Act. Alcuni intellettuali buonisti che si illudono che i “moderati” siano la stragrande maggioranza dell’Islam, se per moderati intendiamo coloro che non sono in alcun modo collusi con Al Qaeda, allora la stragrande maggioranza degli immigrati mussulmani è certamente composta da brave persone. Ma questo non basta a renderli moderati in rapporto alle nostre leggi, che vanno accettate in toto, se davvero si vuole parlare di integrazione. E da parte dei buonisti si pensi che basti combattere i “cattivi” per mettere le cose a posto , ciò produrrà un brusco risveglio , purtroppo questo sulla pelle di tutti i cittadini del vecchio continente . In questo modo la strategia posta in atto dall’Islam sarà vincente svuotando la vecchia Europa dal dentro , diventando maggioranza grazie alla miopia dei nostri governanti. Le folle che in Italia hanno occupato pacificamente i sagrati di due simboli della cristianità , il Duomo di Milano e la chiesa di S.Petronio a Bologna , non erano formate da attentatori suicidi , ma da buoni e devoti mussulmani , i quali con il loro gesto , hanno dato una dimostrazione di forza alle deboli democrazie della vecchia Europa.

Quello che preoccupa sono proprio le seconde e terze generazioni di neo-europei di religione musulmana, quelle che preoccupano di più per la loro coriacea resistenza a integrarsi e dove il terrorismo islamico predica il suo odio , puntando sul senso di frustrazione di queste fasce giovanili. Gli attentatori di Londra e giovani magrebini che hanno messo a ferro e a fuoco “les banlieues” parigine non erano certo gli immigrati degli anni 60 alla fine del fenomeno coloniale , ma i loro figli nati ed integrati nella opulenta società occidentale. A tal proposito, ha ammesso con tardivo mea culpa Jerome Vignon, direttore Occupazione e affari sociali della Commissione europea, che «è stata fatta per lo più retorica sull’integrazione sociale dei migranti». Ma la retorica, ha aggiunto, «si è raramente tradotta in scelte politiche».

 

Fuochi tra les banlieues

 

Occupazione piazza Duomo Milano

 

Ilmioquartiere @ 18:42 | commenti: commenti (1)(popup)

Limiti del terrorismo

Archiviato il 11/07/2009 in: nel mondo

Un analisi acuta e differente dalle solite analisi  di Daniel Pipes da leggere con attenzione.

Il terrorismo funziona, vale a dire che esso raggiunge gli obiettivi fissati dai suoi perpetratori?

Con gli attacchi terroristici che sono diventati una routine e che avvengono pressoché ogni giorno, specie in Iraq, Afghanistan e Pakistan, l'opinione comunemente accettata ritiene che il terrorismo funzioni molto bene. Ad esempio, il compianto Ehud Sprinzak della Hebrew University ha attribuito la diffusione del terrorismo suicida alla sua «raccapricciante efficacia». Robert Pape della University of Chicago sostiene che il terrorismo suicida è in aumento «perché i terroristi hanno imparato che esso paga». Alan M. Dershowitz, un docente di legge di Harvard, ha intitolato uno dei suoi libri Why Terrorism Works.

Ma Max Abrahms, un membro del corpo docenti della Stanford University, mette in discussione tali conclusioni, rilevando che gli argomentatori focalizzano la loro attenzione in modo limitato sulle notorie, ma rare vittorie del terrorismo, mentre ignorano il più ampio schema, anche se più sconosciuto, dei fallimenti del terrorismo. Per rimediare a questa lacuna, Abrahms esamina con attenzione ognuno dei 28 gruppi terroristici così dichiarati dal Dipartimento di Stato americano a partire dal 2001 e riscontra come molti di essi abbiano raggiunto i propri obiettivi.

Il suo studio dal titolo "Why Terrorism Does Not Work?", rileva che questi 28 gruppi hanno 42 diversi obiettivi politici e che essi hanno raggiunto solamente 3 di tali obiettivi, per un misero 7 per cento di successo. Queste tre vittorie sarebbero: il successo di Hezbollah nell'espellere dal Libano le forze di pace multinazionali nel 1984; il successo di Hezbollah nel cacciare dal Libano le forze israeliane nel 1985 e nel 2000 e il parziale successo conseguito dalle Tigri Tamil nell'ottenere il controllo sulle zone dello Sri Lanka dopo il 1990.

Proprio così! Gli altri 26 gruppi dall'organizzazione di Abu Nidal ad Al-Qaeda, Hamas, Aum Shinrikyo, Kach e al Sentiero Luminoso, hanno occasionalmente conseguito dei successi limitati, ma per lo più del tutto fallimentari. Abrahms trae dai dati tre implicazioni politiche:

  • I gruppi di guerriglia che attaccano principalmente obiettivi militari hanno più di frequente successo rispetto ai gruppi terroristici che attaccano soprattutto obiettivi civili. (I terroristi hanno avuto fortuna nell'attacco di Madrid del 2004.)
  • I terroristi trovano «estremamente difficoltoso trasformare o annientare un sistema politico di un paese»; quelli con obiettivi limitati (come l'acquisizione di territorio) riescono meglio di quei gruppi con obiettivi massimalisti (come cercare di cambiare regime).
  • Non soltanto il terrorismo è «un inefficace strumento di coercizione, ma (…) la sua esigua percentuale di successo è inerente alla tattica dello stesso terrorismo». Tale mancanza di successo dovrebbe «finalmente dissuadere i potenziali jihadisti» dal far saltare in aria i civili.

Questa implicazione finale, del frequente fallimento che conduce alla demoralizzazione, suggerisce un eventuale decremento del terrorismo a favore di tattiche meno violente. In verità, segni di cambiamento sono già palesi.

 

Sayyid Imam al-Sharif

A livello di elite, ad esempio, il vecchio teorico del jihad, Sayyid Imam al-Sharif (alias Dr. Fadl), ora denuncia la violenza: «C'è stato proibito di perpetrare aggressioni», egli scrive «anche se i nemici dell'islam lo fanno».

 

A livello popolare, il 2005 Global Attitudes Project del Pew Research Center ha rilevato che «nella maggior parte delle nazioni a maggioranza musulmana oggetto di sondaggio l'appoggio agli attentati suicidi e ad altri atti terroristici è crollato» e «così anche la fiducia nel leader di Al-Qaeda Osama bin Laden». Nello stesso modo, uno studio intitolato "2007 Program on International Policy Attitudes" ha rilevato che «in ogni paese larghe maggioranze si oppongono agli attacchi lanciati contro i civili per motivi politici e li considerano contrari all'islam (…) La maggior parte degli intervistati (…) ritiene che gli attacchi motivati politicamente sferrati contro i civili, come gli attentati dinamitardi o gli omicidi, non possono essere giustificati».

A livello pratico, i gruppi terroristici si stanno evolvendo. Parecchi di essi – in particolar modo in Algeria, Egitto e Siria – hanno rinunciato alla violenza e adesso operano in seno ai sistemi politici. Altri hanno accettato funzioni non-violente – Hezbollah eroga servizi sanitari ed Hamas ha vinto le elezioni. Se l'Ayatollah Khomeini e Osama bin Laden rappresentano la prima iterazione dell'islamismo, Hezbollah e Hamas rappresentano uno stadio transitorio, e il premier turco Recep Tayyip Erdogan, senza dubbio il più autorevole islamista al mondo, mostra i benefici del percorrere la strada della legittimità.

Ma se la via politica funziona così bene perché mai la violenza islamista non cessa e addirittura è in espansione? Perché coloro che la esercitano non sono sempre pragmatici. Rita Katz del SITE Intelligence Group spiega: «ingaggiata una lotta divina, i jihadisti valutano il successo non in base alle vittorie tangibili nella vita terrena, ma in base alla benedizione eterna di Allah e alle ricompense che si ricevono nell'aldilà».

Ma a lungo termine, gli islamisti probabilmente riconosceranno i limiti della violenza e perseguiranno sempre più i loro ripugnanti obiettivi in modo legittimo. La migliore opportunità dell'islam radicale di sconfiggerci non risiede negli attentati dinamitardi e nelle decapitazioni, ma nelle aule scolastiche, nelle corti di giustizia, nei videogiochi, negli studi televisivi e nelle campagne elettorali.

Siamo avvisati, stiamo in campana.

Ilmioquartiere @ 20:38 | commenti: commenti (popup)

Eurabia prossimo futuro

Archiviato il 06/07/2009 in: nel mondo

Pubblichiamo un interessante articolo , a riguardo di quanto accade in Europa   articolo di Giulio Menotti su il Foglio.

A Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una città e vi convivono settanta nazionalità. È una zona che vive di sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come l'Olanda – con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la sua indignazione morale – è una società completamente segregata. Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella seconda guerra mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare, ma a differenza della capitale non ha fascino libertino. A Rotterdam sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l'estetica urbana, non i neon delle prostitute. Ovunque si vedono casbah-caffè, agenzie di viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo.

È la seconda città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell'economia con il suo grande porto, il più importante d'Europa. È una città a maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni rispetto al resto. La chiamano "Eurabia". È imponente la moschea Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d'Europa, più alti persino dello stadio della squadra di calcio Feyenoord.

Rotterdam è una città che ha molti quartieri sequestrati dall'islamismo più cupo e violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in un mare di chador e niqab. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla casa del professore assassinato ad Amsterdam il 6 maggio del 2002. Altri lasciano un biglietto: "In Olanda si tollera tutto, tranne la verità". È stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. La sera prima dell'omicidio Pim era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne, con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina, vegetariano assoluto, "un ragazzo impaziente di cambiare il mondo", dicono gli amici.

Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. È lui l'erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato un partito per salvare il paese dall'islamizzazione. Al suo funerale mancava soltanto la regina Beatrice, perché l'addio al "divino Pim" diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò "untermensch", subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all'obelisco dei caduti in piazza Dam.

"The Economist", settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un "incubo eurabico". Per gran parte degli olandesi che ci vivono l'islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l'inondazione dal mare, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un gioiello nell'immaginazione olandese. Poi l'alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l'islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali. Da sei anni Wilders vive 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia.

A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. L'avvocato Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati, ha detto che "l'islam insegna che tutti gli uomini sono uguali". La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto: "Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica". Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che "considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno". Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne, che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.

Che l'Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto in aprile allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di "rappresentare la diversità culturale di Rotterdam". Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di riservare un'intera balconata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l'avventura americana. Oggi c'è la sharia legalizzata.

In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi, lo Zuidplein Theatre ha accolto la sua richiesta di riservare alle sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all'integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato: "Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso". Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista: "I musulmani sono un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci".

Un altro che è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama "autoislamizzazione". Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l'opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. "Siamo entusiasti dell'opera, ma la paura regna", gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato "per il bene di mia figlia". Il quotidiano "Handelsblad" titolò così: "Teheran sulla Mosa", il dolce fiume che bagna Rotterdam. "Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani", ci racconta Timmers. "Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Salman Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro".

Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. È giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. "Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d'espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto".

Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: "Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all'islam e trovate la pace". Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. È un pezzo di Medio Oriente. In alcune scuole c'è una "stanza del silenzio" dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca.

Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. È stato per vent'anni corrispondente di "Libération" dall'Olanda ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. "Anche se ormai non ci credo più", dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell'imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali "malati peggio dei maiali". Da fuori si vede che la moschea ha più di vent'anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, "Il cammino del musulmano", in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e "farla penzolare dall'edificio più alto della città". Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c'è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi sull'Olanda e l'islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra "Trouw". Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese.

"Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono", ci dice. "Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all'inizio era l'Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c'è un supermercato. Quando arrivai non c'era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. È questa l'origine del voto per Wilders. Si deve fermare l'islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c'è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell'illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d'eguaglianza di uomo e donna e la libertà d'espressione. Qui c'è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo".

Alla Erasmus University di Rotterdam insegna Tariq Ramadan, il celebre islamista svizzero che è anche consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d'Olanda, "Gay Krant", diretta da un loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l'omosessualità "una malattia, un disordine, uno squilibrio". Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, "devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada". Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta municipale e la cacciata dell'islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l'ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell'oceano l'amministrazione Obama confermava il divieto d'ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: "Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l'attenzione attraverso l'uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta".

"Quando venne ucciso Pim Fortuyn fu uno shock per tutti, perché un uomo venne assassinato per quello che diceva", ci dice Krol. "Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l'Olanda, ma dove potrei andare? Qui siamo stati critici di tutto, della Chiesa cattolica come di quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all'islam ci hanno risposto: State creando nuovi nemici!". Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders: "A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d'Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista che viene dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro città e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. È una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco".

Incontriamo l'uomo che ha ereditato la rubrica di Fortuyn sul quotidiano "Elsevier", si chiama Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto autore della "Dichiarazione di indipendenza" di Wilders, di cui è stato collaboratore dall'inizio. "Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello Stato", ci dice Spruyt. "Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Non è più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione".

Spruyt era grande amico di Fortuyn. "Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l'establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco'. L'ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo  della costituzione olandese sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anna Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava contro l'attuale società senza padre, senza valori, vuota, nichilista".

Chris Ripke è un'artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato nel 2004 dall'omicidio del regista Theo Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico "Gij zult niet doden", non uccidere. I vicini nella moschea trovarono il testo "offensivo" e chiamarono l'allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché "razzista". Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò e il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra: "Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere' in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. È come l'apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C'è un grande freddo. L'islamismo vuole cambiare la struttura del paese". Per Ephimenco parte del problema è la decristianizzazione della società. "Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall'élite anticristiana".

Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. "Dieci anni fa non c'erano tutti questi veli", dice Ephimenco. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c'è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. "Guarda quante bandiere turche, lì c'è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno". Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. "Era una chiesa prima". Non lontano da qui c'è il più bel monumento di Rotterdam. È una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l'ultimo discorso a favore della libertà di parola, c'è scritto in latino: "Loquendi libertatem custodiamus", custodiamo la libertà di parlare. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

A Roma abbiamo anche noi una piccola Eurabia , noi l'abbiamo chiamata Romarabia , si tratta del caso del  consigliere M. Inches che da mesi da solo senza appoggi  ha investito il suo Presidente , la sua maggioranza con il problema di porre fine ad un abuso che dura ormai da anni , e il quale  ad oggi  non ha avuto alcuna risposta nonostante la gravità dei fatti denunciati e documentati a proposito del mercato abusivo della Moschea . Persino il comandante del 2° gruppo VV.UU. in una sua riservata al Presidente del 2° Municipio aveva segnalato  "... l’assoluto disprezzo delle regole da parte di un mercato che doveva essere originariamente destinato a soli 11 rivenditori e comunque solo per valenza religiosa e socio-culturale che commerciale, manifestando prudenza  in assenza di indicazioni di carattere politico  per un’azione di propria iniziativa, visto che “le conseguenze che potrebbero sorgere a seguito di un intervento effettuato a ridosso di un centro culturale islamico”. Le risposte politiche ed istituzionali tardano ad arrivare , certo se ci fossero stati dei normali ambulanti italiani , la legge sarebbe arrivata puntuale ed inflessibile con il sequestro delle bancarelle e relativa mercanzia e multe salate a tutti gli abusivi. Qui come nei Promessi Sposi immaginiamo l'autorità politica , nelle vesti di Don Ferrante che si rivolge ai suoi con: " "Adelante , Pedro , con juicio ".

“Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. (Bouchra Ismaili, Consigliere comunale di Rotterdam )

Ilmioquartiere @ 22:50 | commenti: commenti (popup)

Passionarie

Archiviato il 27/06/2009 in: nel mondo

Ci sono battaglie e battaglie , ci sono i volti di quelle battaglie , ci sono le idee di quegli scontri , ci sono donne in quelle battaglie , di alcune non sapremo se avranno un futuro di altre il futuro e tutto uno show....

Passionaria italiana

1iran da

Passionaria iraniana

Ilmioquartiere @ 22:39 | commenti: commenti (popup)

IRAN FREEDOM

Archiviato il 20/06/2009 in: nel mondo

Impiccagione, taglio della mano destra e del piede sinistro, oppure esilio: sono le pene previste in una proposta di legge arrivata al Parlamento iraniano per punire quei blogger colpevoli di promuovere corruzione, apostasia e prostituzione attraverso internet. Pena di morte, quindi, per coloro che diventano mohareb, nemici di Dio. A una prima lettura i parlamentari di Teheran hanno approvato il testo a larga maggioranza: 180 voti favorevoli, 29 contrari, 10 astenuti. Nonostante l’ostilità delle autorità, cento blogger hanno firmato una petizione per chiedere di eliminare la censura della Rete.

Questa volta Teheran ha deciso di fare le cose in grande: le autorità iraniane hanno bloccato l’accesso a cinque milioni di siti web. Dichiara il consigliere del procuratore generale, Abdol Samad Khorramabadi: “Il nemico abusa della rete per cercare di invadere l’identità religiosa” della Repubblica islamica.

Oggi ci riferiscono che in Iran è ritornato attivo il servizio SMS , fonti della resistenza consigliano di usare il servizio con l'avvertenza che appena inviato il messaggio , per non essere intercettati togliere batteria dal telefono e cancellare gli SMS inviati dalla memoria dello stesso e da eventuali schede di memoria aggiuntiva.

Negli occhi di queste donne la sconfitta del regime

 

Iran freedom

Ilmioquartiere @ 23:57 | commenti: commenti (popup)

Il futuro dell'Europa Cristiana

Archiviato il 14/06/2009 in: nel mondo

Oggi ci sono  in Europa dei fenomeni che suscitano gravi preoccupazioni per la sua identità cristiana. La religione islamica e insieme il «fondamentalismo» islamico si diffondono velocemente in Europa. Νon si tratta di esaltazione dei pericoli, ma di una costatazione del vero pericolo dell'integrismo islamico in Europa. L'islamismo tende progressivamente e pazientemente a sostituire il cristianesimo in Europa, mentre nei paesi islamici sempre maggiormente i cristiani sono costretti ad abbandonare questi paesi. È facile l'alterazione degli europei dall'Islam, religione fanaticamente unita e in nessun modo vulnerabile dal modernismo. Ι musulmani non accettano in nessun modo inserirsi nelle societàa che li ospita, invece riescono a imporre i loro usi e costumi dovunque, nelle scuole pubbliche, nelle istituzioni e in genere nella vita sociale d'Europa. D'altro lato, parte dei cristiani europei, stanchi dal modernismo, l'inerzia, la staticità e le divisioni delle loro Chiese, ricorrono spesso a delle ricerche ed esperienze in religioni non cristiane. Νon è necessario viaggiare in terre lontane, le hanno vicine. Ιl problema delle Chiese è pastorale e deve essere affrontato con urgente collaborazione tra le Chiese Europee, nel contesto, come si è detto, del rispetto della libertà religiosa di ciascun cittadino. La prospettiva dell'entrata della Turchia nella Comunità Europea e immediata, e ciò porterà ufficialmente e istituzionalmente l'Islamismo nei paesi d'Europa.A riguardo vogliamo ricordare ciò che disse S.E. il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della congregazione per la dottrina della fede , sull'ingresso della Turchia in U.E.

A “Le Figaro Magazine”, intervistato da Sophie de Ravinel, il futuro Benedetto XVI dichiarò :

“L'Europa è un continente culturale e non geografico. È la sua cultura che le dona una identità comune. Le radici che hanno formato e permesso la formazione di questo continente sono quelle del cristianesimo. [...] In questo senso, la Turchia ha sempre rappresentato nel corso della storia un altro continente, in permanente contrasto con l'Europa. Ci sono state le guerre con l'impero bizantino, la caduta di Constantinopoli, le guerre balcaniche e la minaccia per Vienna e l'Austria. Penso quindi questo: sarebbe un errore identificare i due continenti. Significherebbe una perdita di ricchezza la scomparsa della cultura in favore dei benefici in campo economico. La Turchia, che si considera uno stato laico, ma fondato sull'islam, potrebbe tentare di dar vita a un continente culturale con alcuni paesi arabi vicini e divenire così la protagonista di una cultura che possieda la propria identità, ma che sia in comunione con i grandi valori umanisti che noi tutti dovremmo riconoscere. Questa idea non si oppone a forme di associazione e di collaborazione stretta e amichevole con l'Europa e permetterebbe il sorgere di una forza comune che si opponga a qualsiasi forma di fondamentalismo”.

E ha ribadito nel successivo discorso a Velletri, secondo quanto riferito da “Il Giornale del Popolo” e da un dispaccio dell’Ansa del 20 settembre:

“Storicamente e culturalmente la Turchia ha poco da spartire con l'Europa: perciò sarebbe un errore grande inglobarla nell'Unione Europea. Meglio sarebbe se la Turchia facesse da ponte tra Europa e mondo arabo oppure formasse un suo continente culturale insieme con esso. L'Europa non è un concetto geografico, ma culturale, formatosi in un percorso storico anche conflittuale imperniato sulla fede cristiana, ed è un fatto che l'impero ottomano è sempre stato in contrapposizione con l'Europa. Anche se Kemal Ataturk negli anni Venti ha costruito una Turchia laica, essa resta il nucleo dell'antico impero ottomano, ha un fondamento islamico e quindi è molto diversa dall'Europa che pure è un insieme di stati laici ma con fondamento cristiano, anche se oggi sembrano ingiustificatamente negarlo. Perciò l'ingresso della Turchia nell’UE sarebbe antistorico”.

La battaglia di Lepanto

L'assedio di Vienna

Ilmioquartiere @ 23:05 | commenti: commenti (1)(popup)

Chiusi per rettifica

Archiviato il 12/06/2009 in: nel mondo

Il Governo pone la fiducia sul discusso disegno di legge in materia di intercettazioni e la blogosfera ne fa le spese rischiando di essere "chiusa per rettifica". È questo il senso di quanto è accaduto nelle scorse ore in Parlamento, dove per effetto dell'approvazione del maxi-emendamento presentato dal Governo sta per diventare legge l'idea  di obbligare tutti "i gestori di siti informatici" a procedere, entro 48 ore dalla richiesta, alla rettifica di post, commenti, informazioni ed ogni altro genere di contenuto pubblicato.

Non dar corso tempestivamente all'eventuale richiesta di rettifica potrà costare molto caro a blogger, gestori di newsgroup, piattaforme di condivisione di contenuti e a chiunque possa rientrare nella vaga, generica e assai poco significativa definizione di "gestore di sito informatico": la disposizione di legge, infatti, prevede, in tal caso, una sanzione da 15 a 25 milioni di vecchie lire.

Tanto per esser chiari e sicuri di evitare fraintendimenti quello che accadrà all'indomani dell'entrata in vigore della nuova legge è che chiunque potrà inviare una mail a un blogger, a Google in relazione ai video pubblicati su YouTube, a Facebook o MySpace o, piuttosto al gestore di qualsiasi newsgroup o bacheca elettronica amatoriale o professionale che sia, chiedendo di pubblicare una rettifica in testo, video o podcast a seconda della modalità di diffusione della notizia da rettificare. È una brutta legge sotto ogni profilo la si guardi ed è probabilmente frutto, in pari misura, dell'analfabetismo informatico, della tecnofobia e della ferma volontà di controllare la Rete degli uomini del Palazzo.

Ilmioquartiere @ 17:05 | commenti: commenti (popup)

Il Califfato Mondiale

Archiviato il 06/06/2009 in: nel mondo

di Bat Ye'Or , interessante prefazione del libro dell'autrice.

La maggior parte degli europei non ha ancora compreso che le loro strutture nazionali e sovrane si sono già disintegrate nel multilateralismo e il multicolturalismo. Essi credono ancora di poter agire sul proprio destino nazionale restando nella sfera democratica che si sono creati. In realtà, il potere decisionale a livello nazionale relativo alla politica interna ed estera è sfuggito loro di mano. Oggi le popolazioni dell’UE sono gestite da organizzazioni internazionali, come le Nazione Unite, la Fondazione Anna Lindh, l’Alleanza delle Civiltà, l’Organizazione della Conferenza Islamica (OCI) e la sua filiale l’ISESCO, interconnesse in reti che diffondono la governance mondiale in cui predomina l’influenza dell’OCI sull’ONU. Il trasferimento del potere fuori dai confini nazionali dei singoli stati membri dell’Unione Europea verso le organizzazioni internazionali avviene attraverso strumenti detti «dialogo» e «multilateralismo» legati a reti designate dagli stati: Dialogo Euro-Arabo, Medea, Processo di Barcellona, Unione per il Mediterraneo, Fondazione Anna Lindh, Alleanza delle Civiltà, Parlamento Euro-Mediterraneo (PEM) ecc. Queste reti trasmettono direttive a delle sottoreti, a miriadi di ONG e ai rappresentanti delle «società civili» che scelgono essi stessi, attivisti dell’immigrazione e del multiculturalismo. La rete delle istituzioni politiche, i cosiddetti «think tank», spesso finanziata dalla Commissione europea, trasforma tali direttive in opinione pubblica mescolandole sulla stampa, nelle pubblicazioni, nei film, veri e propri inghiottitoi di miliardi. Le popolazioni europee sono chiuse in un gioco di specchi che si rinviano, a tutti i livelli sino all’infinito, le opinioni prefabbricate in base ad agende politiche e culturali che esse ignorano e spesso disapprovano. Questa trasformazione «di un’Europa delle Nazioni» in un’Europa unificata e integrata alle organizzazioni internazionali, come l’ONU, l’UNESCO, l’OCI, ecc., risponde alla strategia dell’UE in particolare nella sua dimensione mediterranea. Una tale ottica motiva le politiche sia dell’UE che dell’OCI, che si oppongono entrambe – per interessi diversi – ai nazionalismi culturali e identitari locali in Europa. Questo movimento promuove il multiculturalismo e l’internazionalismo di una popolazione europea destinata a trasformarsi e a sparire in virtù dell’unione delle due rive del Mediterraneo e di una immigrazione dell’Africa e dell’Asia incoraggiata dalla Dichiarazione Durban 2. Questa Dichiarazione è in conformità alla politica dell’OCI in riguardo all’emigrazione. A tale scopo, la nozione stessa e la coscienza di una civiltà europea peculiare e specifica, nel corso di millenni, si dissolve mentre si continuano a combattere con accanimento le identità culturali europee assimilate al razzismo. L’OCI segue un percorso simile all’Unione europea, organizzandosi come forza transnazionale, ma, contrariamente all’UE, si afferma grazie al radicamento della ummāh nella sfera della religione, della storia e della cultura coranica. Cosa è l’OCI? Questa è un’organizzazione centrale creata nel 1969 per distruggere Israele. Essa riunice 56 stati membri (musulmani o a maggioranza musulmana) e l’Autorita Palestinese. Questi stati sono in Asia, Africa et Europa con l’Albania, la Bosnia Herzegovina e il Kossovo. L’OCI è la seconda organizzazione intergovernativa dopo le Nazioni Unite e rappresenta un miliardo trecento milioni di musulmani. Al l’11° Vertice islamico svoltosi a Dakar il 13 e 14 marzo 2008, l’OCI ha adottato una Carta che ne sancisce i principi e gli obiettivi, il primo dei quali consiste nell’unificazione della ummāh (la comunità islamica mondiale) attraverso il suo radicamento nel Corano e nella Sunna, e la difesa solidale delle cause e degli interessi musulmani sulla pianeta. Questa politica spiega la recrudescenza di religiosità musulmana in generale, inclusa l’Europa, e di odio contro Israele e l’Occidente. I suoi organi principali sono: 1) il Vertice islamico, che rappresenta l’istanza suprema di decisione ed è composto dai re e dai capi di stato; 2) il Consiglio dei ministri degli esteri; 3) il Segretariato generale, che costituisce l’organo esecutivo dell’OCI e 4) la Corte islamica internazionale di Giustizia, che diventerà l’organo giuridico principale dell’organizzazione (articolo 14) e giudicherà in conformità con i valori islamici. (art. 15). L’OCI è dotata di una struttura unica fra le Nazioni e le società umane. In effetti, il Vaticano e le varie Chiese non hanno un potere politico, anche se in concreto fanno politica, poiché nel cristianesimo come nel giudaismo funzioni religiose e politiche devono restare rigorosamente separate. Lo stesso vale anche per le religioni asiatiche, i cui sistemi non riuniscono in un’unica struttura organizzativa religione, strategia, politica e sistema giuridico. Non solo l’OCI gode di un potere illimitato grazie all’unione e alla coesione di tutti i poteri, ma a questi aggiunge anche l’infallibilità conferita dalla religione. Riunendo sotto un solo capo 56 paesi, alcuni fra i più ricchi del pianeta, l’organizzazione controlla la maggior parte delle risorse energetiche mondiali. L’OCI è un’organizzazione religiosa e politica che appartiene alla sfera di influenza dei Fratelli Musulmani con cui condivide in tutti i casi la visione strategica e culturale di una comunità religiosa universale, la ummāh, ancorata al Corano, alla Sunna e all’ortodossia canonica della shari’a. Che la religione sia un fattore prioritario per l’OCI si evidenzia dal suo linguaggio e dai suoi obiettivi. Così la conferenza di Dakar (marzo 2008) prende il titolo di Conferenza del Vertice islamico, Sessione della ummāh islamica del XXI secolo. Nel preambolo della Carta dell’OCI, gli stati membri confermano la loro unione e la loro solidarietà ispirate dai valori islamici al fine di rafforzare nell’arena internazionale i loro interessi comuni e la promozione dei valori islamici. Essi s’impegnano a rivitalizzare il ruolo di pioniere dell’islām nel mondo, a sviluppare la prosperità negli stati membri e, al contrario degli stati europei, ad assicurare la difesa della loro sovranità nazionale e della loro integrità territoriale. Dichiarono che la vera solidarietà implica necessariamente il consolidamento delle istituzioni e la profonda convinzione di un destino comune in base a valori comuni definiti nel Corano e nella Sunna (§ 4) che stabiliscono i parametri della buona governance islamica. Essi raccomandano che i mezzi di informazione contribuissero a promuovere e sostenere le cause della ummāh e i valori dell’islām mentre l’OCI si impegna in forme di solidarietà con le minoranze musulmane e le comunità di immigrati nei paesi non musulmani e collabora con le organizzazioni internazionali e regionali per garantire i loro diritti nei paesi stranieri. L’OCI si impegna inoltre a stimolare i nobili valori dell’islām, a preservarne i simboli e la loro eredità comune e a difendere l’universalità della religione islamica, in termini più chiari, la diffusione universale dell’islām (da‘wah). Si impegna a inculcare i valori islamici nei bambini musulmani e a sostenere le minoranze e le comunità di immigrati musulmani all’esterno degli stati membri al fine di preservarne la loro dignità, identità culturale e religiosa e i loro diritti. Affermano il loro sostegno alla Palestina con capitale Al-Quds Al-Sharif, il nome arabizzato di Gerusalemme. L’OCI sostiene tutti i movimenti musulmani di lotta come quello del popolo turco di Cipro, in Sudan, in Cina, dei Palestinesi, condamna l’occupazione dell’Armenia in Azerbaigian, del Jammu e Kashmir, l’oppressione dei musulmani in Grecia, in Myanmar, in Caucasia, in Thailandia, in India e nelle Filippine. Sulla scena della politica internazionale, l’OCI ha creato vari comitati per coordinare le iniziative e la politica in campo politico, economico, sociale, religioso, mediatico, educativo e scientifico sul piano interstatale degli paesi musulmani e internazionale. Gli obiettivi strategici della Carta sono tesi a: «Assicurare una partecipazione attiva degli stati membri [dell’OCI]al processo mondiale di presa di decisione nei campi della politica, dell’economia e del sociale, al fine di garantire i loro interessi comuni» (I-5); e a «promuovere e difendere posizioni unificate sulle questioni di interesse comune nei forum internazionali». Fra i suoi obiettivi, la Carta dell’OCI elenca la diffusione, la promozione e la preservazione degli insegnamenti e dei valori islamici, la diffusione della cultura islamica e la salvaguardia del patrimonio islamico (I-11); la lotta alla diffamazione dell’islām, la preservazione dei diritti, della dignità e dell’identità religiosa e culturale delle comunità e delle minoranze musulmane negli stati non membri (I-16). Questo punto indica la tutela sugli immigrati musulmani all’estero e le pressioni esercitate dall’OCI, attraverso il canale dei dialoghi e dell’Alleanza delle Civiltà, sui governi dei paesi di accoglienza non musulmani. Essendo un’organizazione musulmana religiosa, come lo dice pure essa stessa, l’OCI dichiara essere l’organo rappresentativo del mondo musulmano. Rivendica la sua solidarietà con tutte le minoranze musulmane che abitano negli stati non membri dell’OCI (vale a dire i paesi non musulmani). Per queste minoranze, l’OCI domanda il godimento degli diritti dell’uomo elementari, fra cui la protezione dell’identità culturale, il rispetto delle loro leggi in modo da proteggersi contro qualsiasi forma di discriminazione, oppressione ed esclusione, il salvataggio del patrimonio culturale dei musulmani negli stati non musulmani. L’OCI considera suo compito proteggere il diritto alla cultura, alla religione e all’identità culturale degli immigrati musulmani e di promuoverli nelle sfere del potere, di autorita e di influenza. Onde assicurare la protezione delle minoranze musulmane immigrate e stabilite in Occidente, e preservarne l’identità, l’OCI ha deciso di internazionalizzare la lotta all’islamofobia attraverso la cooperazione fra l’OCI e le altre organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’OSCE, l’Unione africana e così via. Anche in questo caso la politica dell’Unione Europea intesa a sostenere «la legalità internazionale» dell’ONU rinforza in realtà il controllo mondiale dell’OCI che predomina in tutte le istituzioni internazionali. Ma la priorità politica dell’OCI è naturalmente la distruzione di Israele e l’islamizazione di Gerusalemme. L’OCI prevede di trasferire la sua sede da Gedda (Arabia Saudita) a al-Kuds, la Gerusalemme islamizzata. Come l’OCI ha i caratteri di uno califfato universale, la Gerusalema ebraica e cristiana diventata al Kuds e sarà la sede dove la sharia governerà, come a La Mecca, Gaza e i luoghi tenuti dai Talebani. Questa strategia si sviluppa in associazione con molte chiese e l’Europa. L’OCI vuole che l’eliminazione di Israele sia fatto come un atto di profondo odio dall’insieme del pianeta, ma specialmente dagli Occidentali. In altre parole vuole che siano i Cristiani che destruggano la radice della loro spiritualità. Questo sarebbe un altro parricidio dopo la Shoah. La propaganda globale di odio contro Israele che si manifesta nei canali occidentali con l’argomento della vittimologia e l’innocenza palestinese provienne dell’OCI. L’Europa palestinizzata, e volontariamente colpevolizzata, continua a dare sostegno, finanziario, diplomatico, politico e mediatico alla Palestina e a promuovere l’emergenza del Califfato universale a al-Kuds sulle rovine dell’antica Gerusalemme.

Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano

Ilmioquartiere @ 23:50 | commenti: commenti (popup)

Migranti e tratta di esseri umani

Archiviato il 17/05/2009 in: nel mondo

In questi giorni dove in Italia vi è una rovente polemica , tra coloro che sostengono i cosidetti "respingimenti" dei migranti clandestini da poco adottata dalle autorità italiane e quel fronte formato dalle organizzazioni umanitarie , da parte della Chiesa e da quella sinistra sempre vicina ai temi terzo mondisti. A questo proposito pubblichiamo uno stralcio del documento del Copair (Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica) è un documento interessante , dove si evince che dietro il lato umanitario della disperazione dei migranti vi sono gli interessi di gruppi criminali senza scrupoli.

"...Tra questi temi prioritari va annoverata la tratta degli esseri umani. Essa, a giudizio del Comitato, rientra a pieno titolo nel perimetro delle minacce asimmetriche di cui, inoltre, occorre considerare gli effetti di grave ed intollerabile violazione di fondamentali diritti umani, come è testimoniato da numerose e significative decisioni assunte nelle principali sedi internazionali, dall'Organizzazione delle Nazioni Unite al Consiglio d'Europa.

La tratta di esseri umani ha, infatti, evidenti caratteristiche di globalità delle dinamiche, di articolazione della rete dello sfruttamento, di redditività ed interconnessione con gruppi o attività illecite di altra natura. Essa è generalmente connessa ad attività di traffico di migranti ma  comporta attività criminali specifiche e pervasive.

Molto redditizia, la tratta di esseri umani alimenta, secondo quanto rilevato dal Ministero dell'Interno, un mercato illegale che rende alle organizzazioni criminali diversi miliardi di dollari l'anno, una cifra inferiore soltanto al traffico di stupefacenti e di armi.

Analisi di fonte aperta - particolarmente alcune prodotte ai massimi livelli di autorevolezza negli Stati Uniti d'America - si sono spinte ad esplorare le possibili connessioni tra la rete dello sfruttamento di esseri umani e il network globale del terrorismo di matrice integralista. La migrazione forzata e la traduzione in schiavitù potrebbero rappresentare, in alcune aree sensibili del pianeta, anche una

L’estrema rapidità di adattamento del crimine organizzato ad un contesto internazionale globalizzato in costante divenire e la dinamicità nello stabilire contatti tra gruppi criminali organizzati rendono la tratta un fenomeno che richiede altrettanta capacità, da parte degli Stati, di adattamento al contesto extraterritoriale e la necessità di promuovere forme di collaborazione con le autorità giudiziarie, di polizia e d’intelligence degli altri Stati, al fine di prevenire e contrastare efficacemente un fenomeno così connotato transnazionalmente.

Tale fenomeno, secondo quanto testimoniato dal Direttore dell'UNICRI (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), Dr. Sandro Calvani, nel corso dell'audizione formale svolta dal Comitato l'11 dicembre 2008,è purtroppo in allarmante crescita in tutto il mondo: si può anzi dire che tutti gli Stati ne siano toccati in quanto paesi d’origine, di transito oppure di destinazione della tratta.

Secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, sono circa 1milione gli esseri umani trafficati ogni anno nel mondo, e 500.000 solo in Europa.L’Organizzazione Internazionale del Lavoro stima in 12.300.000 le persone sottoposte a sfruttamento lavorativo e sessuale. Tra queste, ogni anno, circa 800.000 persone sono trasportate oltre i confini nazionali per essere sfruttate in altri Paesi. L’80% delle vittime è costituito da donne e ragazze; in più del 50% dei casi, minorenni (e preoccupano, in tal senso, le recenti notizie circa la scomparsa di minori entrati clandestinamente in Italia).

La fragilità economica di alcuni paesi, la critica condizione sociale dei soggetti più vulnerabili, gli enormi profitti per i trafficanti e, infine, i rischi relativi di condanne a pene gravi per gli sfruttatori rappresentano elementi di debolezza nello scenario internazionale, amplificano la portata del crimine e rafforzano la solidità delle reti che ne gestiscono i traffici.

Il Comitato ha proceduto all'acquisizione di atti e documenti in via formale,presso le istituzioni preposte alla tutela della sicurezza, con particolare riguardo alla prevenzione e alla repressione dei crimini connessi alla tratta degli esseri umani e ai presunti legami che esistono con le reti criminali transnazionali, che utilizzano tale odiosa pratica quale elemento di diversificazione di portafoglio di ulteriori business illeciti.

Il Comitato ha svolto audizioni formali ed ha acquisito numerosi elementi di indagine e di riflessione, come elencato nel paragrafo successivo. In conclusione della presente relazione, sono indicate alcune misure di intervento urgenti a compendio della legislazione nazionale vigente, sul percorso di una razionalizzazione delle risorse ad oggi disponibili per il contrasto al fenomeno della tratta degli esseri umani e per un potenziamento dell'efficacia della risposta delle Istituzioni nei confronti di tale minaccia.

Apparirà chiaro in corso di trattazione e in sede di analisi delle raccomandazioni suggerite dal Comitato che l'esigenza strategica per il Paese è anche di ridurre il gap informativo nella relazione tra minaccia e tutela della sicurezza. Una necessaria evoluzione delle capacità del nostro sistema di informazione per la sicurezza, che deve affrontare ogni nuovo e rilevante ambito delle minacce del XXI secolo e dell'allargamento delle sfide alla sicurezza.

La tutela dell'interesse nazionale va necessariamente estesa alla prevenzione delle minacce, attraverso una capillare rete delle informazioni. Gli aspetti di minaccia rappresentati dal fenomeno della tratta di esseri umani emergono nei casi di interconnessioni tra le reti del crimine transnazionale e le locali organizzazioni criminali, nonché dai pericoli di una regressione civile in Italia, laddove significativi e numerosi si manifestano i casi di moderna riduzione in schiavitù.

Come premessa metodologica, anche a seguito dell'attività svolta, il Comitato intende ribadire che, nonostante la disciplina giuridica nazionale ed internazionale operi una discriminazione netta tra i fenomeni di "tratta degli esseri umani", "immigrazione clandestina" e "sfruttamento dell'immigrazione", nella realtà, di fronte ai casi concreti, non sempre è facile distinguere tra i differenti fenomeni criminali.

La tratta degli esseri umani va considerata come uno specifico e significativo sottoinsieme del più vasto fenomeno dell'immigrazione illegale, almeno per quanto concerne le ricadute sul nostro territorio nazionale e le implicazioni dirette per la sicurezza del Paese. Va infine rilevato come il fenomeno riscontri un crescente interesse e l'attenzione vigile di numerosi apparati per la sicurezza in diverse aree del mondo, nelle quali non di rado si è già proceduto ad un effettivo coordinamento tra le strutture preposte ed a metodiche strategie di prevenzione e di repressione.

Il fenomeno della tratta è un rischio per la sicurezza nazionale ed internazionale poiché costituisce una delle fonti di reddito più interessanti per il crimine organizzato transnazionale; secondo alcune recenti statistiche formulate dall'UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime1), pur nella palese difficoltà di quantificarne i flussi finanziari, esso sarebbe divenuto il secondo business illecito globale dopo il narcotraffico.

La tratta degli esseri umani attenta al patrimonio ed alla prassi dei diritti umani e ad aspetti essenziali della sovranità nazionale, quali il controllo del territorio, e genera una crescente capacità per i gruppi criminali di reinvestire risorse in ulteriori attività illecite.

E' un crimine che gode di complicità negli apparati statali coinvolti nelle rotte tracciate dai trafficanti; tale opaca connivenza diviene una forma di minaccia indiretta alla sicurezza nazionale dell'Italia: la posizione geopolitica del nostro Paese e la sua particolare vulnerabilità rispetto ai fenomeni dell'immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani rendono l'Italia un catalizzatore di potenziali minacce dirette ed indirette anche per lo spazio di sicurezza europeo, poiché il nostro Paese si configura come luogo di transito e di destinazione di articolati flussi migratori, in larga parte gestiti da reti criminali transnazionali, in cui emergono spesso fenomeni di autentica riduzione in schiavitù." Approvata nella seduta del 29 aprile 2009

forma di trasferimento della minaccia nei territori degli Stati da colpire.
Ilmioquartiere @ 20:28 | commenti: commenti (popup)

Libero Internet per i blog cubani

Archiviato il 16/05/2009 in: nel mondo

 Nuove misure contro la libertà di espressione sono state prese a Cuba dal regime dei fratelli Castro. Ai cubani è vietato  l'accesso a Internet , è consentito solo in questi alberghi che offrono questo servizio in valuta estera. I  Cubani che si collegano in strutture turistiche, che sono uno dei pochi punti in cui ci si può collegare ad Internet a Cuba, sono stati obbligati a pagare la "moneta convertibile". Attraverso questo appello i blogger cubani intendono denunciare questa situazione . I blogger richiedono che il popolo cubano possa liberamente accedere ad Internet senza censura o di discriminazione in base alla nazionalità o provenienza politica.  Informare, comunicare ed esercitare i loro pensieri, è un diritto per  ogni essere umano.

Ilmioquartiere @ 21:31 | commenti: commenti (popup)

Il boia non fà festa

Archiviato il 02/05/2009 in: nel mondo

E' stata impiccata in Iran Delara Darabi, la pittrice condannata a morte per un omicidio commesso a 17 anni.«Mi impiccano fra pochi secondi, aiutatemi!»: così, alle 06.00 di ieri mattina, Delara Darabi ha informato per telefono i genitori che la stavano portando sul patibolo.A mettere ieri personalmente la corda intorno al collo della ragazza, scrive il quotidiano Etemad, è stato un figlio della donna per la cui uccisione è stata condannata, nonostante Delara avesse accettato le condizioni poste dalla famiglia della vittima per concedere il perdono che le avrebbe salvato la vita: dichiararsi colpevole e cambiare avvocato.
L'esecuzione è avvenuta a sorpresa ieri nel carcere di Rasht, nel nord dell'Iran, anche se il capo dell'apparato giudiziario, ayatollah Mahmud Hashemi Shahrudi, aveva annunciato il 19 aprile scorso un rinvio di due mesi dell'impiccagione. La ragazza è stata messa a morte senza che nemmeno il suo avvocato venisse informato, come invece vorrebbe la legge. L'esecuzione della pittrice porta a 140 il numero di persone giustiziate in Iran nel 2009.

C'è un paese dove il giorno della festa del Lavoro il boia non fà festa , c'è un paese dove non esiste la festa della donna, perché le donne si impiccano, c'è un paese dove i diritti umani sono calpestati, c'è un Presidente di quel paese a cui è permesso di parlare all'ONU, c'è un paese che vuole il genocidio di un popolo, cosa fà l'Occidente ?......Guarda distratto.

Delara Dalabi, 1986 - 2009

Ilmioquartiere @ 20:22 | commenti: commenti (1)(popup)

Armeni....Turchia no grazie....

Archiviato il 25/04/2009 in: nel mondo

In questa Europa di euro-burocrati , che spingono per vedere la Turchia nell'Unione Europea , vogliamo ricordare l'anniversario del genocidio armeno , all'alba del sabato 24 aprile 1915 si cominciò a "ripulire" Istanbul e poi via via, dalle città alle campagne dell'Anatolia orientale , i paesi occidentali voltarono la testa la storia si ripete anche oggi gli euro-burocrati hanno avuto paura di mettere nella costituzione europea le origini cristian-giudaiche dei popoli europei, per non gustare i rapporti con i paesi islamici. Anche se gli armeni erano cristiani, anche se parte della Turchia era stata nei primi tempi del cristianesimo culla della nuova religione , lo sterminio degli armeni però non c'entrava con la religione. Era uno sterminio in nome della purezza della razza ordinata dai Giovani Turchi in nome ,tra sterminio, deportazione e fuga restavano in Turchia qualche decina di migliaia di armeni. Due milioni di persone con i cognomi in "ian" erano scomparse nel primo genocidio del XX secolo.Il paradosso del genocidio degli armeni è che, ancora oggi, per molti paesi questa vicenda non esiste. Nessuno ama ricordare perché e grazie a quali silenzi milioni di persone furono sradicate dalla loro terra, deportate e uccise dalla fame, dalla sete, dalla malattia e ovviamente dalle pallottole e dalle sciabole e ora la Turchia serve ad un occidente imbelle come cane da guardia contro l'ran , forse alcuni non sanno che la Turchia da anni ha una collaborazione politico-militare con lo stato d'Israele , uno stato retto da un partito islamico amico del maggior nemico.

Un libro per capire il genocidio Armeno

 

Ilmioquartiere @ 16:13 | commenti: commenti (1)(popup)

'Ndrangheta Corporation

Archiviato il 22/03/2009 in: nel mondo

"La nuova Gomorra", di Antonio Nicaso - L'Espresso

L'America è sempre più cosa loro.
Per il governo di Washington, le 'ndrine calabresi rappresentano una "crescente minaccia", al pari dei terroristi di Al Qaeda o del ritorno in azione dei guerriglieri del Pkk, il partito separatista curdo. Se le tradizionali famiglie di Cosa nostra fanno fatica a svecchiare gli organici, la 'ndrangheta investe nella produzione di foglie di coca con i paramilitari colombiani e gestisce ingenti partite di droga con i Los Zetas, il braccio armato del più potente e sanguinario cartello messicano, quello del Golfo, che ormai controlla l'intera distribuzione di cocaina negli Stati Uniti.

È solo una delle facce della 'nuova Gomorra', che dalla Calabria si espande in quattro continenti: dopo avere colonizzato l'Europa adesso si allarga nelle Americhe e in Africa. Unendo armi e soldi, violenza e investimenti, è sempre un passo avanti rispetto agli investigatori: dalle miniere congolesi del coltan, minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, all'infiltrazione negli appalti dell'Expo di Milano 2015.

La scoperta dell'America.
Da New York a Miami, la 'ndrangheta si è ormai allargata a macchia d'olio. Quella che un tempo in Florida per la sua invisibilità veniva paragonata all'altra faccia della luna, oggi è una delle poche organizzazioni criminali capace di fornire capitali in una economia fortemente spossata dalla crisi. Negli States segnati dalla recessione comprano tutto, come succedeva in Germania agli inizi degli anni Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, quando la 'ndrangheta intuì il grande business della riconversione di una delle aree industriali più grandi del continente, dove, oltre un secolo prima, era nato il capitalismo tedesco. Ma l'intera Europa orientale allora diventò terra di conquista. Uno dei globetrotter della 'ndrangheta venne fermato con 2.600 miliardi delle vecchie lire mentre nell'ex Unione Sovietica stava cercando di acquistare una banca, una raffineria di petrolio e un'acciaieria. Adesso invece l'Eldorado è il Nord America spossato dal credit crunch.


Oggi negli Stati Uniti la 'ndrangheta comanda senza dare ordini. E comunica senza parlare. Come è successo recentemente a Manhattan, dove un broker delle 'ndrine è stato avvistato al tavolo di un ristorante, in compagnia di tre trafficanti. Il broker calabrese e i tre narcos messicani, dopo aver ordinato del pesce, hanno cominciato a scambiarsi messaggi di testo con il Blackberry attraverso il ptt - push to talk -, uno dei pochi sistemi che, come il software di Skype, non è intercettabile. Rimanendo praticamente in silenzio per tutto il pasto, tra un'aragosta e un cocktail di gamberi, si sono messaggiati per concludere i loro affari.

High tech e vincoli di sangue: la forza della 'ndrangheta sta proprio nella capacità di adattarsi a qualunque situazione, senza mai snaturarsi, senza mai venir meno a quel modello di società con regole e valori che, dalla seconda metà dell'Ottocento, si tramandano di padre in figlio. "Le parentele sono le uniche stratificazioni ammesse nella gerarchia delle 'ndrine", spiega Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della direzione distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, uno dei magistrati più esposti nella lotta alla 'ndrangheta: "È una realtà omogenea, difficilmente penetrabile dall'esterno, in grado di rigenerarsi, consolidarsi ed espandersi mediante unioni matrimoniali e comparaggi con esponenti di altre famiglie". A New York come a Duisburg, a Toronto come ad Amsterdam.

Fronte del Golfo.
L'alleanza con i narcos messicani rappresenta la nuova frontiera
, una superlega di boss che non si scompone neanche dopo il sequestro di sessanta milioni di dollari o la perdita di 16 tonnellate di cocaina e 25 tonnellate di marijuana, come è successo pochi mesi fa nel corso dell'operazione Solare, coordinata dalla procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e condotta in collaborazione con la Drug enforcement administration (Dea), l'antidroga americana. In Messico, da alcuni anni, l'odore di sangue rappreso sa di ferro rugginoso. Come quello delle armi usate per spartire torti e ragioni in una guerra civile per il controllo del traffico di droga, un giro da 25 miliardi di dollari che soltanto nel 2008 ha causato più di 5.400 morti. In Italia la cocaina gestita dai narcos messicani arrivava nascosta su piccoli aerei commerciali o in container che viaggiavano a bordo di navi. I pagamenti venivano effettuati con il sistema del money transfer attraverso le agenzie Western Union. Più creativo era invece il meccanismo per aggirare i controlli della Dea. Lungo il confine erano state costruite gallerie con ascensori e minirotaie, ma spesso la neve arrivava nel mercato più ricco del mondo grazie a semisommergibili, motoscafi e piccoli jet intestati a prestanomi.

Il sogno dei narcos messicani era quello di conquistare il mercato europeo, dove il consumo di cocaina è in crescita, rispetto a quello calante degli Stati Uniti. E per sbarcare in Europa avevano bisogno della 'ndrangheta, "gente tosta di cui ci possiamo fidare", come facevano notare nelle loro conversazioni, ignari delle cimici che ne registravano anche i sospiri. Gente tosta come la madre di Giulio Schirripa, uno degli arrestati che gestiva una pizzeria nel quartiere Corona di New York e che era in contatto con gli emissari del cartello del Golfo. Le intercettazioni ne fanno un ritratto spietato: "Dovevamo farli a pezzi", diceva la donna riferendosi ad alcuni clienti insolventi. "Come Rambo, dovevamo fare, come Rambo. Perché loro non sanno chi siamo noi".

Per gli investigatori, gli Schirripa facevano parte di un consorzio di famiglie in grado di organizzare grossi carichi di cocaina con profitti enormi che poi venivano investiti in alberghi, ristoranti, imprese, supermercati, ma anche in Borsa, come era successo qualche anno fa in Germania dove altre 'ndrine avevano messo le mani su un grosso pacchetto di quote azionarie della Gazprom, l'azienda monopolista russa del gas.

Come Al Qaeda.
"È globale, pervasiva e utilizza una rete molto simile a quella di Al Qaeda", spiegano i vertici dell'Fbi, citando l'ultima relazione della commissione parlamentare Antimafia. Nel maggio dello scorso anno, l'amministrazione Bush ha inserito la 'ndrangheta nella lista nera delle organizzazioni criminali dedite al narcotraffico, al pari delle più potenti reti terroristiche che finanziano le loro operazioni con il commercio della droga. "Prima erano presenti solo nello Stato di New York e in Florida, ora sono in forte crescita, tanto da costituire una minaccia per la sicurezza nazionale", confermano gli investigatori americani. Sono cresciute nel silenzio, muovendosi sotto traccia, senza mai dare fastidio.

Il boss guerrigliero.
Prima di scendere a patti con i messicani, per decenni le 'ndrine hanno collaborato con i cartelli colombiani. Erano gli unici ad avere basi in Colombia. Giorgio Sale, un imprenditore romano, per esempio, trattava direttamente con Salvatore Mancuso, l'ex capo delle Auc, l'Autodefensas Unidas de Colombia, una ciurma di narcos in tuta mimetica. Trattava per conto della 'ndrangheta l'acquisto di droga, occupandosi anche del riciclaggio del denaro sporco in mano ai paramilitari colombiani. "Il giro d'affari era di 7 miliardi di dollari l'anno", ha ammesso Mancuso, il quale, prima di finire in un carcere americano con l'accusa di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, stava progettando di trasferirsi in Italia, il paese dal quale era emigrato il padre, originario di Sapri, in provincia di Salerno. In una conversazione intercettata dalla polizia italiana, Sale parla di una ingente somma di denaro che Mancuso era andato a ritirare: "1.800 milioni (...) la prima tranche del cinquanta per cento". Soldi, montagne di soldi, destinati a diventare villaggi turistici, soprattutto in Toscana, attività imprenditoriali pulite, ma che servivano anche per acquistare un palazzo che si affaccia sui giardini del papa.

L'ultima frontiera.
"Oggi il problema della 'ndrangheta non è quello di fare soldi, ma di giustificarne la ricchezza", spiega il tenente colonnello del Raggruppamento speciale operativo (Ros) dei carabinieri Valerio Giardina, l'uomo che ha catturato Pasquale Condello, detto 'il Supremo', uno dei boss più potenti della 'ndrangheta. Condello leggeva Gabriel García Márquez e cenava con ostriche e champagne. Nell'appartamento dove è stato arrestato, dopo vent'anni di latitanza, gli uomini del Ros hanno trovato un manuale del 'Sole 24 Ore', una sorta di vademecum su come e dove investire senza rischi. Perché i capi dei calabresi sono tradizionalisti in casa e innovatori nell'intuire le potenzialità all'estero. Dopo le Americhe, l'Oceania, l'Europa e l'Asia, l'Africa è diventata la nuova Tortuga, l'ultimo tassello nel risiko delle 'ndrine, l'unica vera mafia veramente globalizzata.

Dopo i diamanti, la 'ndrangheta ha messo gli occhi sul coltan, il preziosissimo minerale che serve ad ottimizzare il consumo della corrente elettrica nei chip di nuovissima generazione: un elemento fondamentale per i telefonini. Per convincere i miliziani congolesi è bastato un carico di armi. "Por la plata lo que sea", come dicono in Colombia. Per i soldi qualunque cosa.


Ilmioquartiere @ 14:50 | commenti: commenti (popup)

Suor Maria Teresa Olivero e Suor Rinuccia Giraudo

Archiviato il 26/12/2008 in: nel mondo

ANCHE LORO SONO ITALIANE

Quando c'era Vuolter in Campidoglio , c'era la moda delle maxi foto dei nostri compatrioti rapiti su i vari fronti di guerra , le due Simone , Daniele Mastrogiacomo , Clementina Cantoni , la Sgrena appelli , dibbatti petizioni , Gino Strada che con Emergency recupera l'inviato di Repubblica lasciando l'interpetre in mano dei tagliagole afgani , proibendo inoltre l'intervento delle nostre truppe speciali per la liberazione dell'ostaggio, poi ci sono i rapiti , di nessuno , nel senso e chi li conosce ? Il loro problema è che le loro loro onlus sono cattoliche e non hanno  frequentano redazioni di sinistra , non sono dei cattolici "democratici" , non vanno a cena con Gino Strada , e per cui nessuno ne parla , per le redazioni dei giornali borghesi non fanno notizia . Solo ieri il Papa Benedetto XVI a ricordato a noi tutti delle due suore rapite in Kenya e portate in Somalia , tra i tagliagole amici di Al Queida. Speriamo che il nostro governo , intervenga in modo deciso , sono passati ormai quaranta giorni , dimostriamo che non ci sono rapiti di serie A e di serie B , ma solo cittadini italiani.La missione Foucauld, dove operavano le due religiose, è un’oasi cristiana in una regione che è amministrata sia sul piano politico che su quello religioso da autorità islamiche. La diocesi di Garissa è costituita, come buona parte del Kenya settentrionale, da popolazioni che subiscono l’influenza del vicino stato somalo ed è abitata e raggiunta, con sempre maggiore frequenza, da profughi in fuga dal disastrato Corno d’Africa. L’opera di terrore e destabilizzazione prosegue in Somalia contro chiunque provi a portare aiuto o testimoniare sulla terribile condizioni dei profughi somali. Suor Caterina e Suor Teresa si aggiungono all’elenco che vede ancora nelle mani dei ribelli islamici due reporter (una canadese e uno australiano), un medico tedesco e un’infermiera olandese della Ong francese “Medicins du Monde”, e altre decine di operatori africani. Solo in ottobre sono stati più di cento gli attacchi contro le organizzazioni umanitarie, alcune delle quali hanno preferito lasciare la Somalia.

Ilmioquartiere @ 20:51 | commenti: commenti (popup)



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